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Le donne attraverso lo sguardo di Loredana Lipperini

“Ancora dalla parte delle bambine”, “Non è un paese per vecchie” e “Di mamme ce n’è più d’una”, tre saggi che descrivono e analizzano tre momenti importanti della vita della donna. L’autrice è Loredana Lipperini, giornalista per testate come L’Espresso e La Repubblica, una delle conduttrici radiofoniche del programma Fahrenheit e blogger su “Lipperatura” .

Ho avuto il piacere di intervistarla per i lettori di “Leggeremania”.

Loredana_lipperini

Negli anni ’70 Elena Gianini Belotti pubblica il saggio “Dalla parte delle bambine”, dove racconta come l’educazione sociale e culturale all’inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all’ingresso nella vita scolastica. Sono passati tanti anni da allora, ma la situazione non è migliorata. Televisione, giochi per bambini, riviste, pubblicità, internet, tutto sembra seguire ancora un’onda di genere, che relega le femminucce in cucina (possibilmente rosa e glitterata) mentre i maschietti giocano ai supereroi nel parco. Si può pensare a un cambio di rotta partendo proprio dai modelli televisivi e sociali? Oppure questi strumenti non fanno altro che assecondare l’andamento sociale e culturale?

E’ difficile capire chi influenza chi: di certo, la re-genderizzazione nasce a metà degli anni Novanta e nasce nel marketing, che a sua volta coglie una tendenza sociale a tornare a rimarcare le differenze fra generi sessuali e a enfatizzarle per vendere meglio. Peraltro, aver raccontato il meccanismo non lo ha fermato affatto: la re-genderization è ancora più forte da quando, nel 2007, ho scritto “Ancora dalla parte delle bambine”. Persino Lego ha ceduto creando una linea per bambine, dove i set sono negozi di parrucchiera e cucine. Il cambio di rotta è lento: bisogna partire dalla scuola, formando gli insegnanti, e dall’introduzione di corsi di educazione sessuale e di genere. E, certamente, continuare a fare pressione su pubblicitari, autori televisivi, editori.

In “Non è un paese per vecchie” si parla di anziani abbandonati negli ospizi, poveri, spesso obbligati a rubare al supermercato per poter arrivare a fine mese. Anziani accusati di essere responsabili del declino economico, anziani odiati. E poi si parla di “generazione sandwich”, ossia quella generazione, perlopiù femminile, che si divide tra l’accudimento dei figli e quello dei genitori, annullando completamente la propria vita. Cosa si dovrebbe fare per restituire alla “generazione sandwich” la propria vita senza, naturalmente, abbandonare gli anziani (e anche i figli) a se stessi?

Una sola cosa: welfare. In Italia welfare è sinonimo di assistenzialismo, viene considerato prassi inutile se non pericolosa. Non solo: la guerra fra generazioni a cui stiamo assistendo, con la messa sotto accusa degli anziani in quanto “responsabili” di aver sottratto fondi e lavoro ai giovani (basta uno sguardo al forum del Movimento Cinque Stelle per rendersene conto) è semplicemente oscena: i pensionati italiani sono, in media, fra i più poveri dell’Europa intera. Nel nostro paese, il welfare non è mai esistito davvero: si è sempre basato sul volontariato delle donne che sostituivano servizi di cura degli anziani e dei bambini. Si dovrebbe cominciare da qui: ma attualmente non sembra una priorità.

Dopo aver parlato di bambine e di anziane, con l’ultimo libro hai voluto affrontare un altro argomento spinoso, almeno qui in Italia: la maternità. Di mamme ce n’è più d’una” analizza due mamme a confronto, le uniche due che in Italia si concepiscono: quella che sacrifica la vita e carriera per i figli e quella “acrobata”, che riesce a conciliare pannolini e poppate con ufficio e cene di lavoro, naturalmente con il sorriso. In Italia, dunque, abbiamo solo questi due modelli da seguire. Perché? Possibile che le donne, ancora oggi, debbano scegliere se essere emancipate o madri, prostitute o moraliste? Non abbiamo ancora gli strumenti per capire che di donne ce n’è più d’una?

Evidentemente no. No, se ogni volta che si discute di questo argomento persone di notevole cultura e ambosessi sbuffano perché si dichiarano allergiche al femminismo (che andrebbe sempre volto al plurale, peraltro). No, se di quella rappresentazione ci rendiamo, più o meno consapevolmente, complici.

Le donne in Italia sono mediamente più colte degli uomini, hanno più titoli di studio, leggono di più, partecipano attivamente agli eventi culturali, molto più degli uomini. Ma ai posti di comando non ci arrivano, o meglio, ne arrivano pochissime. E quando poi decidono di diventare madri succede il finimondo: rischiano di essere licenziate o relegate a ruoli inferiori. Esiste un paese in Europa dove tutto ciò è vietato per legge: la Norvegia. Lì le donne in Parlamento sono più della metà, tutte le società norvegesi quotate in borsa, nei loro consigli di amministrazione, devono avere almeno il 40% di donne, per legge. E tutti gli uomini hanno diritto al “congedo parentale”. In Italia, un simile cambiamento, sarebbe possibile? Possiamo “obbligare” il popolo italiano a pensarla diversamente?

Obbligare è impossibile. Informare e lavorare perché si formino generazioni più consapevoli è, invece, doveroso. Sia attraverso le leggi, in primo luogo quella che riguarda il congedo di paternità, sia attraverso l’azione sull’immaginario.

Il 18 Aprile uscirà un libro scritto a quattro mani da te e da Michela Murgia. L’argomento è delicato, perché si parlerà di femminicidio. Ce ne vuoi parlare?

Si chiama “L’ho uccisa perché l’amavo” ed esce per Laterza: è un pamphlet che riguarda le parole, quelle giornalistiche e quelle che vengono usate tutti i giorni, in rete e nelle conversazioni, e che, anche in ottima fede, spostano l’attenzione dalla vittima a chi uccide, e danno per scontata la “naturalità” del possesso. Un piccolo libro, come dice Michela Murgia, non innocuo.

A fine Febbraio sei stata in Sardegna per una serie di presentazioni organizzate dal circuito di librai, editori, scrittori e lettori sardi “Lìberos”. Qual è stata la risposta della Sardegna? Secondo te, un circuito come Lìberos può veramente aiutare la cultura in un momento così difficile?

Lìberos è la risposta, secondo me. Quando un gruppo di librai, indipendenti e di catena, si unisce per una sola presentazione (è avvenuto a Sassari) significa che si vuole davvero “fare rete”. Lìberos fa rete e comunità: mi auguro che sia esempio e modello per altre regioni.

Loredana, grazie per aver dedicato un po’ del tuo tempo a “Leggeremania”.

Grazie a voi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA




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laureata in lettere, di professione fa l'editrice presso la casa editrice "Voltalacarta", della quale è fondatrice. Ama leggere, viaggiare, cucinare e bere buoni vini.

Numero di articoli : 24

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