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L’arte di essere felici di Seneca

Riflessione su L’arte di essere felici di Seneca. Felicità è arte: due facce della stessa moneta.

l-arte-di-essere-felici-seneca-copertina-libro“Se felice tu vuoi essèr, Seneca devi leggèr”, viene da canticchiare quando si acquista questo minuscolo manualetto della Newton Compton Editori a 0,99 centesimi. La fortuna a portata di portafogli, un accostamento alquanto insolito negli ultimi tempi. Crisi, stress, depressione, ansia, attacchi di panico per il futuro (personale, dei figli, dei nipoti, dei parenti dei parenti …), sogni infranti, speranze perdute.. Dinanzi ad un titolo tanto promettente, ci si sente un po’ come delle Bridget Jones alla ricerca disperata di una soluzione. In più, la traduzione italiana del titolo latino (“De Vita Beata”) accosta un sostantivo e un aggettivo tanto in voga nel gergo italiano orale e tra le casalinghe/studentesse/lavoratrici disperate: “Arte” – sostantivo che, per antonomasia, richiama il Rinascimento, Michelangelo, gli uomini perfetti scolpiti su marmo, la bellezza – e “felici” (addirittura al plurale, chiara garanzia di infallibilità!).

Il resto della frase è superfluo. Il tempo è prezioso, è denaro ricoperto di oro e diamanti. Bisogna comprarlo. E’ un obbligo. Un dovere morale, oltre che una forma di palese rispetto e amore nei propri confronti. Un valido sostituto al noioso psicoterapeuta a soli 0,99 centesimi, in barba ai ricconi sfondati!

In un’epoca in cui i consigli si acquistano, i problemi raddoppiano e il futuro sembra essere sempre più incerto, una buona fetta dei lettori ricerca o una lettura che li faccia uscire dagli schemi di questa realtà buia e stretta o un manuale che li conduca sulla strada della salvezza. “Ecco”, vorrebbero sentirsi dire, “Imbocca quella strada, prosegui dritto per 1 km, poi la prima a destra, subito all’angolo ti ritroverai sulla via della salvezza. Prosegui su quel viale e raggiungerai la soluzione ai tuoi problemi”.

Il mito latino fa poi la sua parte. I latini, dopo i greci, avevano capito tutto della vita. “In vino veritas”. “Carpe Diem”. “Cibi condimentum esse famem”. “Mens sana in corpore sano”. Infine, “Nel mezzo del cammin” … no, no, quello era Dante. O forse Petrarca. Il punto è che al lettore non interessa chi ha detto cosa. Ciò che importa è che i latini, dopo i greci e gli orientali e Buddha e Lao-Tzu, hanno cercato delle risposte. Le hanno scritte. Le hanno tramandate. Pertanto, se sono sopravvissute a secoli e secoli di cattiverie, guerre, spergiuri, cambi di potere e violenze di ogni tipo, un fondo di verità deve pur esserci. Tanto vale tentare, se non ci si rimette poi così tanto di tasca propria.
La verità è che poi si apre l’edizione carina e ben fatta del testo e ci si rende conto di leggere un’epistola. Qualcosa di intimo – secondo la concezione contemporanea – ma in realtà pubblica e senza peli sulla lingua all’epoca. Seneca sa molto bene che le sue lettere private saranno lette e commentate da altri. Soprattutto da quegli altri che lo giudicano e lo accusano di essere una sorta di doppiogiochista, come fa notare nella seconda metà dell’epistola in questione. Perché Seneca predica bene e razzola male, è risaputo. Lo ammette, e di certo non lo si può giudicare se a lungo andare ammette anche – con apparente modestia – che vorrebbe proseguire sulla via del saggio ma ricade costantemente nei vizi dell’umanità.

Qualcuno, all’inizio della lettura, mi aprì gli occhi sottolineandomi “che un vecchio bacucco dell’èra della pietra non avrebbe potuto trovare risposte per la mia vita”. Da buona Bridget Jones però, mi sono fidata del pregiudizio sul mito latino e me ne sono invischiata altamente delle sue parole. Paradossalmente però, perle di saggezze quali

il sapiente […] tiene le ricchezze presso di sé come sue schiave […]”, “nessuno sbaglia a suo esclusivo uso e consumo, ma ciascuno di noi è artefice e responsabile anche degli errori degli altri” o ancora “[…] Non dobbiamo lasciarci corrompere né dominare dal mondo che ci circonda, dobbiamo fare assegnazione solo su noi stessi, affidarci alle nostre personali capacità, risoluti sia nella fortuna che nella malasorte […]

mi hanno fatto fare più di un cenno di assenso col capo, ma nient’altro che questo. Direttive morali, giuste e sicuramente sensate, ma inapplicabili nel mio vissuto. Ciò che mi ha veramente colpito è il tentativo insistente di Seneca di discolparsi e di giustificare il suo comportamento. Non tanto perché non rispetta le sue belle direttive morali ma semplicemente perché dal suo vissuto ho compreso qualcosa di ancor più importante: le direttive sono parole. Parole al vento, vane, inutili, che non scottano, bensì freddano l’istinto umano. Ciò che invece brucia, scotta, ci stressa e ci tocca da vicino sono i fatti. Il vissuto. La vita. Il quotidiano. E quel quotidiano, quella vita fatta di piccole lotte, piccole cadute, piccole sfide ma anche piccole vittorie non sempre possono essere trattate in un saggio filosofico. O meglio, non sempre possono pendere dalle labbra o scorgere dalla penna di chi pensa di saperne più di noi anche al di là della tomba. Leggere dà nuova vita, ma non deve necessariamente diventarne una risposta o un sostituto. Il pensiero di Seneca – giusto e in parte condivisibile come quello di tanti altri filosofi e saggi (contemporanei e non) – deve essere un suggerimento, un’illuminazione, una richiesta di riflessione. Non una risposta. Altrimenti saremmo schiavi di un pensiero che non ci appartiene e il libero arbitrio sarebbe alla mercé di scrittori e filosofi prepotenti. Ci ritroveremmo agli antipodi della cultura. Quindi, basta interpretazioni patetiche alla Bridget Jones.

La felicità è l’arte di trovare il proprio equilibrio tra aspirazioni e quotidianità, tra i propri modelli di vita e il proprio vissuto. Seneca insegna che non necessariamente il vissuto deve corrispondere alla lettera alle proprie aspirazioni e che non necessariamente la prima debba corrispondere a quella dei propri modelli. Mirare in alto è segno di forza, non di debolezza. Essere felici non significa esclusivamente portare a termine o imitare chi ci guida, bensì sforzarsi nel tentativo di farlo. Perché il solo sforzo ci dà la carica per iniziare un nuovo giorno e non mollare.

La felicità è l’arte di migliorarsi e di sperare.
E’ l’arte di continuare e sorridere alle difficoltà.
E’ l’arte di alzarsi da soli e di cercare la luce nel tunnel.
E’ l’arte di ammettere i propri difetti e lottare nel tentativo di livellarli.
Questo è la vera arte che Seneca mi ha trasmesso dall’oltretomba.
Ed è questa che io trasmetto a voi.


VOTO:
8

SCHEDA LIBRO:

AUTORE: Seneca
TITOLO: L’arte di essere felici
EDITORE: Newton Compton
PAGINE: 128
EURO: 0,99
ISBN:  978-88-541-5143-7

NOTA SULL’AUTORE:

Lucio Annea Seneca nacque a Cordova, in Spagna, intorno al 4 a.C. Abbracciò la carriera forense e la vita politica prima sotto Caligola, poi sotto Claudio e infine sotto Nerone. Ricchissimo, fu oggetto di aspre critiche e venne anche citato in giudizio. Nel 65, coinvolto nella congiura di Pisone, si tagliò le vene. Tra le varie opera di Seneca ricordiamo L’arte di essere felici e vivere a lungo, L’arte di non adirarsi e Tutte le tragedie.

 

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