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Quattro chiacchiere con Silvia Avallone

Confesso che ho conosciuto tardi Silvia Avallone, per la precisione poco prima che presentasse Marina Bellezza (su cui abbiamo realizzato una simpatica intervista doppia tra lettrici) in un live tweeting che mi è stato segnalato da alcuni amici. Incuriosita da questa giovane autrice e dalle parole che ha dedicato al suo ultimo libro, sono andata a recuperare Acciaio e l’ho divorato in due giorni; poi sono corsa a comprare Marina Bellezza e dopo aver divorato in poco tempo anche questo è nata in me la curiosità di conoscerla meglio e porle delle domande. Quindi, senza sperarci troppo, l’ho contattata e con mia grande sorpresa è stata molto carina e disponibile. Aggiungo dunque al mio giudizio estremamente positivo sul suo modo di scrivere un giudizio altrettanto positivo sulla sua personalità.

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Silvia Avallone, autrice di Il libro dei vent’anni (Edizioni della Meridiana, 2007), Acciaio (Rizzoli, 2010) e Marina Bellezza (Rizzoli, 2013), ci racconta un po’ di sè e del suo ultimo lavoro.

  • Il tuo ultimo romanzo, Marina Bellezza, è uscito da poco e hai già riscosso un grande successo. Conosci benissimo i luoghi in cui è ambientato perché, come dici nelle note finali, ci sei cresciuta, ma ti sei ispirata a qualcuno o a qualche fatto nello specifico per creare la storia?

Ho “captato” negli ultimi anni un ritorno di parte dei miei coetanei ai luoghi d’origine, un recupero di mestieri antichi, un ripopolamento di luoghi abbandonati dalle generazioni precedenti. Questo fenomeno, spesso silenzioso e inosservato, mi ha colpito per il coraggio dei suoi protagonisti e per la sua portata quasi rivoluzionaria. Ho avuto la fortuna di conoscere “Andrea” reali che mi hanno poi ispirato il mio Andrea immaginario. Oltre a questo la Valle Cervo, che è storicamente luogo di donne tenaci, mi ha ispirato parte del personaggio di Marina: selvatica figlia dei suoi boschi, del suo torrente, dei suoi villaggi alpini.

  • Com’è nato il personaggio di Marina con il suo carattere ambizioso, forte e allo stesso tempo indeciso?

Marina nasce da opposti e contraddizioni. Da un lato le grandi cantanti americane, vere icone del nostro tempo, mi hanno sempre affascinata, nel senso che mi sono spesso chiesta come fosse il retro della loro vita, da quale ferita traessero carburante e determinazione; dall’altra le antiche ave delle valli biellesi, donne abituate a lavorare e a crescere i figli da sole a causa dell’emigrazione dei loro mariti. Marina è nipote di queste donne, per tenacia, determinazione, natura imprevedibile e selvatica, dall’altra è una sorta di Rihanna della provincia italiana. È affamata di successo, ma al successo sa anche ribellarsi. Il suo dono più grande credo sia la libertà.

  • Marina, come Francesca e Anna in Acciaio, è una ragazza bellissima ma sa bene che non può puntare tutto su quello. Ha un grande talento, e sa anche questo, ma non ha la tenacia di prendere un’iniziativa e portarla avanti, si dà ad un continuo tira e molla. Cosa le manca davvero?

Marina usa la sua bellezza come un potere, e in questo assomiglia ad Anna e Francesca. Ma ha 22 anni, è una giovane donna, e non è sopraffatta dal miraggio della sua fisicità, anzi. La sua virtù sta nel coltivare il suo talento, con fatica, con professionalità, lavorando sodo. Io non la vedo come una ragazza indecisa, piuttosto come una ragazza che a un certo punto capisce una verità profonda: ossia, che non si può vincere sempre, né aggiustare tutto. È ossessionata dal diventare famosa, ma quando lo diventa comprende che questo non basterà a risarcirla delle ferite della sua infanzia. In questo senso è libera anche di tornare indietro: non è schiava di nulla, neppure del demone della visibilità e della fama.

  • Nel finale tu ci lasci un indizio e noi lettori possiamo immaginare come più ci piace la fine della storia, ma secondo te due indoli così diverse come quelle di Marina e Andrea possono riuscire ad incastrarsi davvero, in maniera duratura, andando oltre i loro sogni e le loro aspirazioni?

Credo che l’amore non si riduca a mera attrazione, e soprattutto che sia il contrario del possesso. L’amore è una scelta. Andrea sceglie di prendersi cura di Marina, di esserle fedele nel profondo, indipendentemente dalle assenze e dai bruschi cambiamenti di lei. Allo stesso modo, Marina rimane fedele ad Andrea, tornando sempre da lui, sapendo accettare i suoi difetti e le sue chiusure. Se devo immaginare un futuro oltre il finale del romanzo, penso che entrambi inseguiranno con testardaggine le loro passioni, liberi di percorrere le loro strade, e allo stesso tempo rimarranno inscindibilmente legati. L’amore autentico prevede essenzialmente questo: il rispetto e la difesa della libertà della persona amata.

  • Silvia è ottimista o no? Come vorrebbe che finisse il suo libro? Cosa vorrebbe che succedesse ai suoi personaggi?

Sono ottimista per principio: ho ventinove anni, non posso permettermi di guardare al futuro senza spirito costruttivo e determinazione. Vedo chiaramente le difficoltà che ci aspettano, anzi, cerco di indagarle il più possibile, quindi il mio non è un ottimismo facile, bensì molto tormentato. Ma resto convinta che reagire, resistere, andare avanti e costruire qualcosa sia un dovere, in ogni caso. Non ho idea di cosa combinerà Marina: per quanto ne so potrebbe vincere il Festival di Sanremo come aprire un Bed&Breakfast in Valle Cervo, perché è imprevedibile. Andrea lo vedo invece saldamente ancorato al suo mestiere, fiero della sua azienda. Elsa, infine, la immagino sindaco in gamba, capace di recuperare e far rinascere il suo territorio.

  • È curioso l’accostamento di due personaggi diversi: una che vuole andar via e avere un futuro nel mondo dello spettacolo, e un altro che non vuole lasciare la sua terra e anzi, in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, torna indietro nel tempo riscoprendo antichi mestieri. Cosa hanno davvero in comune i protagonisti?

In un momento storico in cui le strade “normali” non sembrano più percorribili, occorre azzardare le strade più accidentate, apparentemente folli o controcorrente. Marina e Andrea impersonano le reazioni opposte ed estreme che si possono avere di fronte alla crisi. Ad accomunarli, però, è non solo la fame di riuscire e la determinazione, ma anche il legame profondo che entrambi sentono con le loro radici, con il luogo in cui sono nati. Infine, entrambi fanno i conti con le loro famiglie disfunzionali, con i traumi della loro infanzia, e conoscono la portata di questo dolore originario, di fronte al quale non si arrendono.

  • Non ci occupiamo della crisi economica, ma, per sommi capi, secondo te, è valida la scelta di Andrea di andare indietro, al mestiere di suo nonno, per sopravvivere piuttosto che andare avanti e seguire il progresso?

La crisi ha messo in dubbio molte delle categorie pubblicizzate negli ultimi decenni: che bisogna per forza inseguire la carriera, la fama, la ricchezza, spostarsi nelle grandi città, impostare la propria vita come una corsa senza fine. Credo che la scelta di Andrea, che è anzitutto una scelta di libertà, sia una delle alternative possibili: non la sola, non la più giusta, ma una strada percorribile che testimonia l’opportunità, faticosa e impervia, di poter andare anche controcorrente. In un’epoca in cui sembra ovvio emigrare altrove per molti giovani laureati, ho voluto ricordare che esistono anche storie diverse. Detto questo, occorre tirare fuori un coraggio forse sconosciuto in passato: sia che si decisa di andare, sia che si decida di rimanere.

  • Quando leggo un libro, mi capita quasi sempre di immaginare i personaggi con le sembianze di attori reali, come se fosse un film. Tu, in questo caso, hai avuto in mente qualcuno mentre scrivevi di Andrea, Marina e gli altri?

Assolutamente no. I miei personaggi sono frutto della mia fantasia e non assomigliano a nessun attore né persona reale. È questo il bello dei romanzi: accade sia quando scrivo, sia quando leggo. Naturalmente però, come è accaduto con “Acciaio”, mi piace immaginare che possa essere tratto un film anche da “Marina Bellezza”, con la sorpresa di vedere i miei personaggi immaginari incarnati da volti concreti e unici.

  • Silvia Avallone scrive, ma mettendosi dall’altra parte, quella dei lettori, cosa legge e quali romanzi l’hanno segnata o ispirata nella vita?

Come nella vita, anche per quanto riguarda la letteratura di solito conosco diverse “fasi” o stagioni. Ci sono stati anni in cui leggevo solo romanzi russi dell’Ottocento, Dostoevskij e Tolstoj. Poi i romanzi francesi: Flaubert su tutti, ma anche Balzac. Durante la stesura di Marina Bellezza ho invece letto molti americani: Cormac McCarthy, Ford, Banks. C’è poi un’autrice italiana che rileggo sempre, e che considero un esempio assoluto: Elsa Morante.

  • Un’ultima domanda. Quando scrivi le tue storie hai già in mente tutta la trama dall’inizio oppure le sviluppi man mano che vai avanti?

Non solo non ho in mente tutta la trama, ma evito scrupolosamente di farmi schemi preliminari: non riesco mai a seguirli. Ogni volta che comincio un romanzo parto da un luogo che amo, che conosco, che sento profondamente mio e allo stesso tempo capace di elevarsi a metafora universale. Da lì poi comincio a immaginare i personaggi, e lavoro sodo finché non sento che sono diventati vivi, persone reali e libere di agire. La scrittura è per me essenzialmente dare voce e libertà ai personaggi che infine diventano quasi come figli: da proteggere, da amare, ma da lasciare liberi di seguire la propria strada.

Grazie mille a Silvia Avallone per averci dedicato un po’ del suo tempo e aver risposto alle nostre domande. Le auguriamo tanti altri successi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA




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Autore

laureata in lingue e culture moderne e studentessa in lingue e letterature moderne dell'occidente e dell'oriente. Siciliana, amante della sua terra e dei libri, coltiva anche altre passioni come danza e sport. Generalmente predilige i grandi classici, soprattutto italiani e inglesi, ma ama spaziare in tutti i campi della letteratura senza precludersi nulla.

Numero di articoli : 41

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