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Beatrice Masini, l’intervista che racconta la sua arte

Dalla lettura del libro Tentativi di botanica degli affetti di Beatrice Masini, mi sono sorte spontanee alcune curiosità, sul testo letto ma anche sulla persona che l’ha scritto.

Ecco che ho avuto l’inaspettato piacere di poter condividere proprio con l’autrice queste mie curiosità, ed è quindi nata l’intervista che qui vi propongo, certa che la troverete coinvolgente.

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Come prima cosa un benvenuto a Beatrice Masini nel nostro spazio. Iniziamo subito con la prima domanda.

  • La scelta del periodo storico nel quale ha collocato il romanzo, dobbiamo leggere in essa un preciso significato o semplicemente una sua personale passione per quel momento dell’umanità che ben conosce?

Tutte e due le cose: l’inizio dell’Ottocento è un tempo di grandi possibilità, di cose che cambiano, e mi serviva uno scenario del genere per raccontare una donna nuova che si trova a vivere in una famiglia un po’ diversa. Come se la protagonista e gli sfondi dovessero avere gli stessi colori.

  • Il suo romanzo, Tentativi di botanica degli affetti, trasmette l’idea di poter arrivare all’essenza della natura e della vita stessa, sia attraverso le dita che disegnano con un carboncino, creando un’opera su tela, che attraverso il rapporto sessuale, che può generare un figlio. Come riesce a vivere lei, come donna e come scrittrice, il bisogno quotidiano di questa voglia di essenzialità d’animo in una Milano per lo più fondata sulla necessità del dover apparire sempre al meglio, esteriormente?

In una grande città ambiziosa e frettolosa come la nostra tu sei quello che fai, e quando indossi un ruolo devi indossarne anche la divisa. È difficile dare più importanza all’essere che al fare, ma è uno sforzo necessario per non perdere il contatto con la parte più profonda e vera di sé. La scrittrice in questo ha più agio e facilità della donna che lavora, decisamente: a uno scrittore si perdona qualche stravaganza, anzi, fa parte del personaggio… e di nuovo, personaggio versus persona. È un problema di tutti i giorni.

  • La consapevolezza delle proprie radici familiari è uno dei temi cari alla protagonista Bianca. Figli legittimi e illegittimi a confronto tra loro, in un mondo in cui la Ruota era accettata e sotto gli occhi di tutti. Ai nostri giorni, in cui le famiglie si definiscono per lo più “allargate” , come vede lei questi nuclei di persone, dal punto di vista dei figli? E come immagina, un bambino adottato, che un giorno potrebbe arrivare a scoprire per caso la verità sui propri genitori?

La mia è una famiglia allargata, ma è prima di tutto una famiglia: credo che l’essere umano abbia grandi capacità di adattamento a situazioni diverse là dove l’affetto aggiusta e modella tutto, riempie i buchi, crea equilibri. Non credo che si dia più il caso di bambini adottivi che scoprono la verità sui genitori naturali: l’adozione è preceduta e accompagnata da un grande lavoro.

  • Man mano che il romanzo scorre, pare trapelare della durezza nei commenti che la voce narrante fa riguardo a Bianca. Il passaggio “ Sciocca, sciocca Bianca, se ti basta un bicchiere di vino fruttato e qualche complimento di pasta facile per dimenticare chi sei. Ma chi sei in fondo? Una ragazza sola al mondo che ha voglia di divertirsi” colpisce, indubbiamente. Si sta infatti parlando di una ragazza di vent’anni alla sua prima vera festa. Cosa sembra non voler perdonare a questa giovane ragazza, peraltro già molto emancipata rispetto alle sue coetanee dell’epoca?Incuriosisce anche la sua scelta, come scrittrice, di non farle vivere una giovanile e spensierata storia d’amore, ma farle sperimentare solo la violenza che il desiderio sessuale può produrre, dovendone sopportare, poi, le conseguenze. Perché?

Avevo bisogno di far perdere la testa a Bianca, di mostrare la sua umanità scoperta, come la polpa di un frutto non più difesa dalla buccia. Fino al momento del ballo è stata padrona di sé, consapevole, fredda, perfino: è plausibile, per una ragazza di vent’anni immersa in un frullato di sentimenti propri e altrui? Il problema è che si lascia andare troppo e con la persona sbagliata. Ma può succedere a chiunque.

  • Quasi una contraddizione, la libertà e la gioia interiore di Pia, illegittima ma felice con un futuro luminoso davanti, e il futuro invece buio di Bianca, libera di disegnare, ma incastrata in un percorso voluto da altri. Quale ideale di vita desiderava trasmettere? E come si sente lei davanti alle scelte che la vita ci impone? Crede nel libero arbitrio?

Credo nella capacità umana di fare le scelte giuste, di lasciarsi guidare da decisioni necessarie dettate dalle circostanze. Dirsi “avrei dovuto, avrei potuto” non serve molto, credo. Bianca non fa scelte, le subisce, pur essendo così volitiva e apparentemente consapevole di sé, e poi ci si adatta; Pia, che non ha niente da scegliere, si stringe nelle spalle e fa quello che può con una serenità che sta tutta nel suo carattere, è un dono, non una conquista. Può darsi che la sua semplicità nel lungo periodo si riveli una trappola, e che invece Bianca, così ferita, sappia trarre una nuova forza proprio dalle cose sbagliate che le sono successe.

  •  “Ci sono giorni che non si bastano, tanta vita sembrano condensare dall’inizio alla fine: sono i giorni perfetti (..) in cui ogni cosa della natura sembra appena nata e insieme centenaria”… Uno dei passaggi più toccanti della narrazione in cui esplode la voglia di vita e la consapevolezza della sua ciclicità. Le capitano spesso i giorni perfetti? E se sì, di cosa gode in quei giorni?

Mi capitano abbastanza spesso da compensare quelli grandemente imperfetti, che sono la maggioranza. Sono momenti che hanno poco a che fare con l’uomo e molto con la natura, ma non è necessario stare in campagna, al mare o in cima a una montagna per coglierli: molti sono giorni di città con una luce speciale, le foglie cadute disposte in un certo modo sul marciapiede, un’aria di vetro, fredda e pulita. Cose così. Che danno il senso della misura umana rispetto alla grandezza della natura. Qualche volta però c’è perfezione anche in una serata passata in casa, a ridere delle stesse cose.

  • Se in un suo lavoro futuro, decidesse di raccontare di un protagonista maschile, in che epoca lo collocherebbe? E di quali valori umani avrebbe voglia ci raccontasse?

Primi Novecento, un altro tempo fervido. E vorrei che parlasse di concretezza, del fare con le mani. Un uomo vero, vecchio stile, ma curioso del futuro.

  • Quali sono i momenti della giornata in cui predilige scrivere e come si avvicina ad essi? Ha dei suoi rituali che le permettono di entrare in punta di piedi nell’incantato mondo della scrittura?

Non è un mondo incantato, è una casa diversa dalla casa di ogni giorno ma molto familiare, solo un po’ vuota, che tutte le volte si deve imparare a riabitare. Quando posso preferisco scrivere la mattina, bevendo molto tè, e alzandomi ogni tanto per guardare fuori dalla finestra. “Tornerai ad abitarmi come casa vuota. /Se non vieni mi fanno male le finestre”… Neruda.

  • Quali generi di letture la appassionano e le danno spunti di riflessione? ha particolari preferenze per autori contemporanei?

Amo molto Hilary Mantel, John Irving (fino a Vedova per un anno), John Banville, Julian Barnes, Paul Harding, Marilynne Robinson, Ian McEwan, Hanif Kureishi. Perlopiù stranieri, perlopiù inglesi. Ma sono molto curiosa e leggo davvero di tutto. Una delle ultime scoperte più interessanti è stata la biografia di Dickens di Claire Tomalin. Ancora inglesi, temo.

  • Ha mai scritto in poesia? E’ una scrittura che la affascina?

Da ragazza sì, poi ne ho letta tanta, e le resto molto affezionata anche se non sono più costante come una volta. Mi piace Giovanni Giudici, Carol Ann Duffy, Vivian Lamarque, Giusi Quarenghi. E sì, ogni tanto mi capita di scriverne, pochissima, in modo lentissimo. È una scrittura sorprendente perché sta tutta nell’adesione perfetta tra forma e contenuto: vale anche per la prosa, ma per la poesia è tutta lì e non può che essere così.

  • Lei ha scritto tantissimi racconti per bambini. Com’è stato l’approccio al romanzo? Intendo dire l’utilizzo di un diverso linguaggio, di idee senz’altro diverse da trasmettere a lettori adulti. Cosa si è trasformato interiormente in lei per avere questo nuovo desiderio? Quali esigenze verso se stessa e i lettori l’hanno portata a Tentativi di botanica degli affetti? Ne scriverà altri, di romanzi?

Parto dal fondo: spero di sì. Ma anche alcune delle scritture per ragazzi sono romanzi, e non racconti: complessi, a volte anche un po’ difficili. Non credo che niente sia cambiato o debba cambiare nell’attitudine, nel moto verso la storia, e mi auguro di riuscire a scrivere e basta, a volte per grandi a volte per ragazzi. Sono cimenti diversi, ma tutto dipende dall’idea iniziale, che ha già in sé il suo dipanarsi, sa dove deve andare. Basta seguirla.

Un personale ringraziamento a Beatrice Masini per il tempo dedicatoci nel rispondere alle mie domande, con passione e affetto sincero.

Un arrivederci al prossimo suo romanzo!

 ©RIPRODUZIONE RISERVATA




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Nella vita di tutti i giorni si occupa di numeri e di gestione aziendale ma la sua vera passione è scrivere e appena può fugge in quel mondo che realmente le appartiene, ossia in quello della composizione, sia in poesia che in prosa.

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