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Intervista a Luca Rastello, autore del libro I buoni

Intervista a Luca Rastello, autore del libro I buoni edito da Chiarelettere.

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Oggi diamo il benvenuto a Luca Rastello, un nome che non ha bisogno di molte presentazioni perché già noto scrittore, giornalista per il quotidiano Repubblica, per la sua passata attività di giornalista freelance e volontario nella Bosnia Erzegovina, nei Balcani, nel Caucaso, in Asia centrale, Sudamerica e Africa.

  • Ai nostri lettori vogliamo, comunque, parlare di Luca Rastello. Ci racconta qualcosa di lei, delle sue esperienze più significative in ambito lavorativo?

Sono nato a Torino nel 1961 e sono sempre tornato qui, anche se dopo molte assenze. Ho fatto molti mestieri, fra cui il giornalista: il periodo che ricordo con maggior piacere, sotto questo aspetto, è la seconda metà degli anni novanta quando lavorai per il settimanale “Diario” diretto da Enrico Deaglio, una vera scuola di inchiesta, di serietà professionale e di curiosità.

  • Lei ha inaugurato con Chiarelettere la collana “Narrativa” con il suo romanzo I buoni; chi sono i buoni?

Tutti. Nel senso che tutti siamo tentati di costruirci un’autorappresentazione virtuosa, un’immagine nobile di noi stessi che ci dia qualche credenziale per sorvolare sulle piccole e grandi miserie delle nostre vite. Tutti quelli che pensano che il fine giustifica i mezzi o che sia sufficiente avere buone intenzioni per abbassare la soglia critica sulle proprie cattive azioni. Ma nel titolo del romanzo non c’è sarcasmo: se si tiene accesa la coscienza dei propri limiti c’è anche spazio e modo per vedere i lati buoni in senso stretto, quelli luminosi, delle persone e delle vite.

  • Lei è un giornalista, come mai ha deciso di scrivere un romanzo?

Non penso di “essere” un giornalista, anzi. “Faccio” il giornalista, che è un modo come un altro per campare, neanche dei più limpidi. Ma è successo per caso, non per scelta. In questi anni come le dicevo ho fatto anche molti altri lavori, nella cooperazione e altrove. Nessuno di questi lavori, spero, esaurisce la mia identità. Quanto al romanzo non è una novità: è il terzo che scrivo e la narrativa ha sempre accompagnato la mia vita. Posso addirittura dire che mi ha tenuto in vita, in certe occasioni. Credo che ci siano grandi parti della realtà (la maggior parte della realtà) che solo la narrazione può esplorare e rivelare: Milan Kundera sostiene che la verità qualunque cosa sia è raggiunta solo dal romanzo. È il modo in cui si cerca di scoprire elementi universali dell’esperienza umana. Ad esempio il tema dei “Buoni” è soprattutto il linguaggio: il modo in cui manipolando il linguaggio si creano rapporti di potere e di sopraffazione. Il modo in cui il dominio del linguaggio si fa costruzione sociale della realtà. Il modo in cui chi deforma le parole deforma il mondo e travolge vite altrui. Sono cose che soltanto un romanzo può raccontare. Quale sarebbe l’alternativa? Un saggio di linguistica? Noiosetto, no?

  • “I buoni”, con una storia di personaggi di fantasia, mette in luce il male celato nelle vesti del bene, che diviene finto buonismo e può sfociare nelle realtà più terribili; vuole dirci il suo punto di vista in proposito?

Non direi “buonismo”. Direi che c’è proprio una contraddizione inestirpabile alla radice delle cosiddette “buone pratiche”. Pensi alla relazione di aiuto: contiene inevitabilmente una relazione di potere. Chi è aiutato si trova automaticamente in condizione di minorità rispetto a chi aiuta. Ma, finché la relazione di aiuto è fra due persone, uno a uno, in qualche modo è reversibile: l’aiutato sa che potrà ricostituire la parità aiutando a sua volta. Non è lo stesso quando la relazione di aiuto si istituzionalizza, diventa uno a molti, si incarna in un’organizzazione o associazione. Allora gli aiutati restano “utenti”, un po’ meno cittadini, un po’ meno soggetti, definitivamente in condizione di minorità, definitivamente identificati come “vittime”. Non vuole dire che non sia giusto creare istituzioni solidali: solo che se ci si nasconde il fatto che nel nucleo stesso della ragione di queste istituzioni si annida anche una relazione di potere, se ci si fa velo della propria “bontà” facendone un’ideologia e una patente di legittimazione che rende intoccabili e incriticabili, allora si crea un meccanismo oppressivo che rischia di diventare più forte di quello solidale.

  • Lei si è impegnato molto nel volontariato e nel suo libro parla della gestione delle Onlus; può esporci la sua idea a riguardo?

Credo che quello delle Onlus sia un mondo che vive una fase – peraltro vitale – di crisi. È un fenomeno relativamente recente, una trentina d’anni direi, cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi vent’anni fino a diventare una delle voci principali del tessuto economico. Tutto questo mentre ovunque – nel nostro paese in particolare – si ridefinivano i criteri del welfare e dei rapporti di lavoro. Negli anni novanta-duemila in Italia si sono realizzate di fatto due riforme non dichiarate: la privatizzazione del welfare e la decostruzione dei diritti del lavoro. Per entrambe il cosiddetto “terzo settore”, il mondo delle onlus è stato un laboratorio, il luogo dove si sperimentavano nuove forme di organizzazione. In nome delle esigenze di sostenibilità economica, le associazioni si sono trovate forzate ad assumere il cosiddetto “modello impresa”, gettate in una logica di mercato, di competizione feroce, di visibilità e marketing e di necessarie relazioni con il potere politico, finendo per diventare paradossalmente la punta avanzata di quel sistema economico dominante che tutte – nessuna esclusa: nel mondo cattolico e in quello laico – erano nate per criticare e modificare. Si è finito per credere di incarnare contemporaneamente il potere e la critica al potere, producendo un’ideologia che al potere fornisce invece giustificazione e legittimazione. Immagini quando questa situazione storica si incrocia con il problema della relazione d’aiuto di cui parlavamo sopra, con i normali narcisismi e carrierismi di tutti, con il rapporto fra carisma e potere e con il culto del capo. Si crea una miscela esplosiva che stritola vite. Il contrario di ciò per cui quel mondo è nato. Non sempre è così, chiaro. Ma è tempo di riflettere su questi lati oscuri, proprio per sgomberare il campo da qualcosa che ormai impedisce l’azione, toglie efficacia sociale all’agire di tanti in buona fede, e per ripartire con più forza.

  • Il messaggio del libro è molto forte, è importante; lei crede che sia facilmente deducibile dalle sue pagine? Perché?

Il libro appartiene ai lettori e decidono loro qual è l’eventuale messaggio. Io ho raccontato una storia, la storia di una ragazza di nome Aza che attraversa alcune delle contraddizioni dell’epoca che viviamo. Se la storia è raccontata bene, se Aza e gli altri sono personaggi credibili e vivi, allora il libro ha fatto il suo lavoro e gli eventuali messaggi sono chiari.

  • Oggi, lei ritiene che tutti siano a conoscenza di quella realtà, purtroppo, parte del nostro presente che ha voluto rappresentare con la sua storia?

Direi di no. O almeno che molti di quelli che ne sono a conoscenza pensano che non se ne debba parlare. Io credo che descrivere il proprio tempo, sia pure parzialmente, sia invece sempre un’operazione sensata.

  • Quali sono le difficoltà che ha incontrato e che, tuttora, incontra nello svolgere la professione di giornalista? Che cosa consiglierebbe ai giovani che desiderano intraprendere la sua stessa strada?

Posso non rispondere? Io credo che questo mestiere ormai ai giovani abbia ben poco da offrire se non un lungo precariato, molto sfruttamento, asservimento, conformismo e cattiva coscienza. Con questo forse le ho risposto anche sulle mie difficoltà (benché io sia tutt’altro che giovane!)

  • “I buoni” é il suo secondo libro che pubblica con Chiarelettere; come è avvenuto l’incontro con la Casa Editrice?

No, è il terzo, dopo Io sono il mercato e Binario morto. L’editore, Lorenzo Fazio, era direttore degli “Struzzi” Einaudi quando pubblicai con loro il mio primo libro, La guerra in casa sui conflitti in ex Jugoslavia. Da allora siamo sempre stati in rapporti di amicizia e di stima reciproca. Finora avevo affidato la narrativa ad altri editori perché Chiarelettere pubblicava soltanto inchieste (anche se “Io sono il mercato” è un ibrido: tutti i fatti sono veri, ma la voce narrante è costruita secondo i principi del romanzo). Ora che ha inaugurato la collana di narrativa mi sembrava una bella sfida esserci.

  • Lei ha scritto altri libri molto significativi; a quale si sente più legato? Perché?

A tutti in realtà. Di certo al romanzo Piove all’insù la cui materia mi riguarda in maniera più diretta, visto che in parte è la storia di mio padre, collocata negli anni dei tentativi di eversione da destra e da sinistra, gli anni in cui sono cresciuto. Ma molto anche agli altri: anche a certi che non si sono tanto visti, come Dizionario per un lavoro da matti scritto per raccontare un caso riuscito di “impresa sociale” organizzato da ex pazienti psichiatrici e uscito a trent’anni dalla morte di Basaglia.

 

Un grande ringraziamento da parte mia e di tutta la redazione di Leggeremania a Luca Rastello.

Grazie davvero a voi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA




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