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Marco Missiroli parla de Il senso dell’elefante

Marco Missiroli con un’intervista densa di emozioni racconta a Leggeremania Il senso dell’elefante con la profondità di una grande anima.

Leggendo Il senso dell’elefante è chiaro per il lettore che il tema della morte sia argomento conduttore  del  libro. Che sia morte ingiusta o dignità di un malato di poter scegliere la propria morte o ancora la morte come scelta personale e voluta, o la morte che ci giunge per mano di altri.

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  • Con i tuoi personaggi hai saputo toccare la sofferenza nei momenti peculiari delle età  dell’uomo, dall’essere bambino, ragazzo, e poi uomo adulto e anziano. Per ognuna di queste sue tappe, quale sentimento ti ha maggiormente coinvolto? Quale hai amato incondizionatamente? Con quale di essi hai sofferto di più e hai provato compassione?

I libri devono avere il coraggio di trattare della morte. E devono farlo secondo uno degli aspetti, non importa secondo me sia una totalità. Scrivendo Il senso dell’elefante ho cercato di indagare la dignità della fine, ed era quella che mi premeva più di tutte. La dignità di decidere di morire per salvaguardare noi stessi. Luca, il figlio del benzinaio, è il personaggio in questo senso che rappresenta un forte sentimento di dignità, e con lui il padre. Sono due esistenze provate e dignitose.

  • “Quello era il senso dell’elefante e di ognuno di loro, padri: la devozione verso tutti i figli”. Verso tutti i figli quindi, non solo verso il proprio figlio di carne. Sottolineato anche dal titolo del tuo libro, riesci a dare ampio respiro a questo concetto dell’essere padre a prescindere dai  cromosomi. A quale tuo personaggio “padre” ti sei maggiormente sentito affine? In quale ti potresti o vorresti riconoscere?

A Luca. Perché è un padre consapevole, nonostante la biologia gli dica il contrario. E probabilmente lui sapeva già tutto, ha continuato ugualmente nonostante la verità. E’ un padre devoto, e lo è quanto più possibile. E anche lui ha una dignità profonda nell’esserlo.

  • Mi ha colpito il fatto che, pur avendo scelto in prevalenza protagonisti maschili nel tuo romanzo, di ogni età e ciascuno  nella propria drammaticità, tu abbia donato la possibilità di una vita migliore alla bimba Sara, l’unica bambina presente nel libro, figlia non di sangue del dottor Martini. Scelta precisa la tua. Cosa desideravi trasmettere a gran voce al tuo lettore?

Non so se ho dato a Sara una vita migliore, so che lei è l’ago della bilancia che sposta il vero senso di devozione verso i figli non loro. E’ un personaggio apparentemente sussurrato, ma che sposta pesi massimi. E’ lei che costringe a dire: “Ehi, sono qua: e voi padri dovrete fare i conti con me che sono tutti i figli”.

  • L’amore verso Dio di un sacerdote e l’amore verso una donna che si materializza  anche nel sesso. Ma anche il tradimento di una moglie  verso il proprio marito. Su tutto sembri aver scelto l’amore che non riesce a sottostare a delle regole, siano esse umane o considerate  divine,  e diventa pertanto amore universale, a discapito di ogni morale. Diventa gioia del momento ma anche procreazione e perpetuazione della specie. E’ il diventare padri e madri. Come definiresti, quindi, l’amore? Con che aggettivi e con che azioni?

L’amore è multiforme, fermarmi a una definizione o più definizioni sarebbe assolutamente insufficiente. C’è una forma d’amore che sento particolarmente: la pietas. L’occhio verso l’altro.

  • E come ti poni, e con che modalità, nel rapporto con Dio?

Sono credente, non sempre praticante, abbastanza dialogante. Ho abbastanza fiducia in qualcosa che sarà.

  • E il tradimento che emozioni potrebbe suscitarti, dal punto di vista di chi tradisce ma anche di chi viene tradito?

Avevo una posizione netta sul tradimento, tranchant. Lo giudicavo come una presa di posizione ineluttabile, ora le cose sono cambiate: sono più “morbido” più in grado di vederlo come simbolo di altro. Non lo amo, ma fa parte di noi uomini. E può emergere in più forme, a tutti.

  • Una morale di vita, quale potrebbe essere, allora, se si arriva a tradire anche la fiducia dei propri figli, nascondendo loro la verità?

La protezione verso un figlio contempla estremi. Non è possibile giudicare cosa farebbe un padre o una madre per difendere i propri figli. O meglio, è giudicabile, ma non calcolabile.

  • Mi è venuto spontaneo leggere  Il senso dell’elefante anche come una rappresentazione teatrale, in cui il palco è il condominio sul quale entrano ed escono i vari protagonisti. Personaggi che hai saputo raccontare con soprannomi e aggettivi caricaturali, esagerando appositamente nella descrizione affinché fosse preciso, e come tu desideravi che fosse, lo sguardo del lettore per quel peculiare  personaggio.

Proprio così, immaginato visivamente come su una scena  ad esprimersi al meglio.

  • Hai mai scritto opere per il teatro?

Non le ho mai scritte, perché scrivere per il teatro è difficilissimo e bisogna saperlo fare. Non credo che ci riuscirei, e poi il teatro è una forma artistica che non amo.

  • Puoi darci un accenno al tuo prossimo romanzo? Quali argomenti tratterai? È solo in embrione o ci stai già lavorando?

Il romanzo è finito. È la storia dell’educazione sentimentale di un ragazzino attraverso il sesso e i libri. Tra Parigi e Milano. Ci ho impiegato abbastanza a scriverlo, ed è la cosa di cui sono più contento da quando scrivo. Uscirà i primi di febbraio.

Benissimo Marco, noi di Leggeremania non vediamo l’ora di leggere il tuo prossimo romanzo!!!

 

 ©RIPRODUZIONE RISERVATA




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Nella vita di tutti i giorni si occupa di numeri e di gestione aziendale ma la sua vera passione è scrivere e appena può fugge in quel mondo che realmente le appartiene, ossia in quello della composizione, sia in poesia che in prosa.

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