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Il ragno e il fuoco di Chiara Nirta

Il ragno e il fuoco: un’affascinante lettura, dallo stile travolgente, sulla natura umana, in uno spaccato dell’Italia meridionale tra gli anni ’70 e i giorni nostri, fra passione e tradizione.

il-ragno-e-il-fuoco-chiara-nirta-copertina-libroEsistono persone che sanno cosa devono fare, altre che decidono cosa poter fare. Poi ci sono quelle persone che saprebbero cosa fare, ma non ne hanno le possibilità. Sono coloro nati già farfalle, ma che si trasformano in bruchi perché qualcuno tarpa loro le ali anzitempo e allora, non vedendo più il cielo, si portano il sole dentro e, prima o poi, il calore di passioni tradite comincia a divampare e a trasformarsi in ardore soffocato, in timore inconfessabile, fino a raggiungere picchi di lucida e consapevole follia.

Sono gli animi tormentati, derubati della loro umana autenticità, il cui supplizio interiore ruggisce come belva feroce in gabbia. Sono come  Velkann detto il Moro, fuggito dal sud Italia per istruirsi al nord e rientrato, dopo essere stato lasciato dalla moglie, per una breve parentesi al paesello che pulsa nel suo petto come “un focu dentro il cuore” con la luce del sole e il calore della gente, e come Marta Osso, costretta a sposare Enzo Beretta, figlio parassita del boss di Eguta, in provincia di Reggio Calabria.

Le loro vicende, in età giovanile, si consumano a Kaulon, nella terra baciata dal sole della Locride, dove è ambientata la prima parte del romanzo Il ragno e il fuoco di Chiara Nirta, in cui si anima la vita di un sud che conserva le sue primitive radici attraverso gli antichi miti greci intrecciati al folklore locale.

Siamo negli anni ’70 e la Calabria è “una terra bellissima e maledetta” che a Marta sta stretta

a discapito di quanto si crede civiltà e società non sempre preservano la primitiva e naturale essenza delle cose, ma l’alterano, per alcuni versi apportando miglioramenti, per altri ancora uccidendo la speciosità spontanea degli elementi.

Come in una gabbia soffocante, a Kaulon e dintorni, l’omertà fa da coperta a intrighi e soprusi. Lo sanno le donne che, pur essendo madri di figlie spezzate dal dolore, quella sofferenza che esse stesse hanno conosciuto e poi messo a tacere, mantengono il contegno, piegate a una volontà sociale superiore, imperscrutabile, che si erige a giudice insensibile di desideri e volontà umani.

Capita (…) che la vita se ne vada nel bel mezzo di un tentativo e nessuno ci avverte mai, quando accade.  Non c’è spazio per la vita, vera. Questo è triste ma si può capire. La cattiveria, quella no.

E in quel naufragare di strazio e tristezza, di vita non vissuta autenticamente, il messaggio dentro la bottiglia sono le parole, quelle scritte dai grandi autori del passato, che leniscono dolori più grandi delle sofferenze narrate, che aprono varchi nella coscienza e inducono ad agire

perché andare controcorrente può essere rischioso, rimanere fermi è lasciarsi inghiottire. Inghiottire di propria volontà, il che è anche peggio.

Marta si riscatta così da un passato che l’ha costretta a tradire la sua volontà e diventa insegnante. Anni dopo si ritrova in gita con la sua scolaresca a Torino, città tanto fredda e lontana dalla sua terra d’origine, quanto misteriosa e seducente al tempo stesso, avvolta nel velo di un conturbante misticismo. In quella stessa città, Marta lo sa, vive il Moro, l’anima ribelle e anticonformista che lei in realtà non ha mai conosciuto, ma che ha abitato le sue notti di folli passioni adolescenziali a sognare di far l’amore fra le sue braccia, una smania che la mangiava dentro, che le faceva vibrare le viscere come il morso di una taranta, quel ragno velenoso che di tanto in tanto nelle terre del sud Italia sceglie una sua vittima, donna, e la porta alla pazzia.

Tale credenza popolare simboleggia il mito del femminile nel richiamo, fra le tante, alla figura di Aracne, che rappresenta a sua volta l’emblema della sfida umana contro il divino. Secondo il mito, la donna, trasformata in ragno, tesse la sua tela in cui intrappola le sue prede per divorarle. Nella società patriarcale la donna, sottomessa all’uomo, reprime i suoi istinti, così, dinanzi a traumi, quel precario equilibrio si spezza e la stessa diventasuccube di un inarrestabile tormento. Si dice così che, a causare lo stato d’animo di malessere fisico che sfocia in depressione, sia stato il ragno e, per liberare la vittima, denominata tarantata, dal delirio, questa deve danzare al ritmo di una musica detta “pizzica”.

Il sud Italia che racconta Chiara Nirta in Il ragno e il fuoco è proprio questo, lo spaccato di una terra dove le tradizioni odorano di superstizioni che imprigionano la mente, credenze che in realtà celano fondi di verità,  come a voler dimostrare che la vita è sì un mistero, ma esiste pure  un rimedio per disvelarlo, ovvero la forza del Logos, che in greco vuol dire parlare, raccontare.

Marta infatti ha scelto di insegnare per Amore, sentimento contrastante che racchiude in se il suo opposto, che cercare di spiegare a parole, in maniera incontrovertibile, è quasi impossibile. Sarà nei dialoghi con una sua studentessa diciassettenne, costruiti secondo il procedimento della maieutica socratica, che la donna scoprirà le sue carte. Attraverso storie inventate all’impronta, che celano sogni, deliri e intenzioni, nascosti dentro la sua anima inquieta, la protagonista guida la giovane novizia verso un viaggio alla ricerca di un senso della Verità che, nella sua ambigua natura, sfugge alla comprensione umana.

La Letteratura insegna tutto. E, proprio per questo se da un lato ti mostra che ci sono motivi validi per essere felice ogni giorno, è altrettanto facile che ti mostri il contrario: Cinzia, la Letteratura insegna tutto, come dicevamo poc’anzi. Non escludo nulla. Sai benissimo che non escludo nessuna ipotesi. Si chiama pensare oltre, Cinzia!, e significa che tutto può essere, che il tutto e il nulla e persino ogni definizione e i suoi opposti non solo esistono e coesistono, magari si integrano senza escludere”.

E ancora:

Hai presente l’odio e l’amore? Ci hanno sempre insegnato che uno sia il contrario dell’altro, ma se ci pensi bene non è proprio così. Tante volte l’amore non è che un’anteprima dell’odio, uno stadio più tranquillo. La quiete non dopo ma prima la tempesta. Pensa alle delusioni, in quanto tempo convertono sentimenti puri in rancori e vendette? Eppure dietro tutto questo non c’è che dell’amore ferito! Adesso capisci? Per me c’è un equilibrio in cui tutto può esistere. E persino i pensieri più bizzarri, possono trasformarsi in verità universali. I contrari danzando assieme procreano l’equilibrio.

La vita di Marta è contrassegnata dai contrasti: vita e non-vita, amore-odio, sud-nord, tanti fili incrociati che alla fine formeranno una tela in cui la stessa cadrà, sotto l’effetto della sua passione.

Nel romanzo della giovane autrice Chiara Nirta, la trama si svela lentamente, in un crescendo di emozioni che induce il pubblico ad addentrarsi impavido in quella trappola di parole, intricata e pericolosa, che rende il testo un lavoro meticoloso e di alto livello, non soltanto nell’elaborazione di uno stile espressionista dal ritmo trainante, che sottende a sua volta l’intento di spiegare di quanta responsabilità si carichino le parole e quanto mistero esse nascondano, ma soprattutto nei contenuti. C’è tanto fra le righe da carpire sulla natura umana, passando per Pirandello e per i filosofi greci, personalità che hanno segnato la storia del Meridione, lasciando tracce importanti, parte integrante di quella cultura, segnandone le radici da cui non ci si può liberare.

Scrive l’autrice:

Bisogna capire che le tradizioni e le radici sono un tesoro, se ben sfruttato, sono identità e sono casa, cultura e folklore ma non devono essere estremizzate, altrimenti diventano tossiche.

Quella casa che è anche mistero inquietante per la natura umana, alla stregua di quella sensazione di spaesamento che nel 1919 Freud ha definito nel suo saggio “DasUnheimlich”, Il perturbante,titolo difficile da rendere in italiano proprio perché implica un richiamo al familiare e all’estraneo allo stesso tempo, ovvero quella sensazione ambivalente di qualcosa che da nascosto viene alla luce, il rimosso, un accesso all’antica dimora di ognuno di noi.

Il ragno e il fuoco è dunque la storia di chi fugge, fisicamente e psicologicamente, da un territorio sacro che gli appartiene, di chi scappando finisce per capire che la ricerca parte da dentro, ascoltando, e non soffocando, quell’urlo di dolore che grida voglia di vivere, di essere chi si è realmente, ovunque si è, perché la libertà di essere se stessi non ha dimora, se non nella parte più autentica che alberga in ognuno di noi.

VOTO: 8

SCHEDA LIBRO:

AUTORE: Chiara Nirta
TITOLO: Il ragno e il fuoco
EDITORE: Città del Sole Edizioni – Collana La vita narrata
PAGINE: 144
EURO: 12,00
ISBN: 978-88-7351-869-3

NOTA SULL’AUTRICE:

chiara-nirtaEx studentessa dell’Università di Torino, 26 anni, Chiara Nirta è autrice di due libri: Nel bazar di un’anima edito da Book Sprint Edizioni e Il ragno e il fuoco pubblicato per Città Del Sole. Attualmente è giornalista e risiede nella città di Torino.

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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Autore

Laureata in Filosofia, collabora per una rivista automotive come redattrice freelance. Adora leggere sin dalla tenera età e da sempre crede nel potere terapeutico dei libri. Appassionata di critica letteraria, è anche autrice di recensioni di libri e articoli di approfondimento letterario per alcuni siti e blog.

Numero di articoli : 51

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