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Intervista a Peppe Lanzetta padre del commissario Peppenella

Intervista a Peppe Lanzetta autore di La luce sia con voi. Non c’è pace per il commissario Peppenella (Edizioni Cento Autori).

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Peppe Lanzetta (Napoli, 1956) è scrittore, attore e drammaturgo. Ha vinto con Malaluna il premio Olimpici del Teatro 2004. Ha collaborato come autore di testi con vari musicisti tra cui: Edoardo Bennato, Tullio de Piscopo, James Senese, Enzo Avitabile, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Franco Ricciardi, Massimo Severino e Franco Battiato. Attore e autore anche per cinema e televisione, ha lavorato con registi come Sorrentino, Piscicelli, Tornatore, Cavani, De Crescenzo, Loy, Martone, Asia Argento, Scimeca e Abel Ferrara. La sua ultima apparizione è nel film Spectre, il 24esimo della saga di James Bond.

Ha pubblicato diversi libri tra cui  Figli di un Bronx minore (Universale economica Feltrinelli 1993), Incendiami la vita (Baldini & Castoldi 1996, poi Universale economica Feltrinelli 2007), Un amore a termine (Baldini & Castoldi 1998), Tropico di Napoli (Feltrinelli 2000), Ridateci i sogni. Ballate (Universale economica Feltrinelli 2002), Giugno Picasso (Feltrinelli 2006, premio Domenico Rea), InferNapoli (Garzanti 2011 Premio Frignano).

Per Edizioni Cento Autori sono usciti i romanzi Sognando l’Avana (2013) e Il cavallo di ritorno. La prima indagine del commissario Peppenella (2014) e le antologie Figli di un Bronx minore (2014) e L’isola delle femmine. 22 racconti sul femminicidio (2015).

Ma bando alle ciance. Vi lasciamo all’intervista che Peppe Lanzetta ha rilasciato per Leggeremania:

  • Dal Bronx al giallo, come inizia l’avventura di Lanzetta nel poliziesco?

Più che poliziesco io direi una sottile linea rossa noir che arriva dopo vent’anni di racconti di un’umanità marginale riferita non alla sola città di Napoli ma ad una sorta di periferia dell’anima, credo che il riscontro che hanno avuto i miei libri testimoniano questa sorta di  novità in quegli anni 90’. Dopodiché la ricerca si impone, perché non puoi fare sempre il verso a te stesso ma devi cercare una rivoluzione, fermo restando il tuo modo di guardare, il tuo stile di scrittura, devi poi contestualizzare il tutto nel periodo storico in cui vivi.  Diciamo la verità, viviamo in un periodo storico un po’ particolare e l’idea che molta della scrittura, della letteratura, dovesse passare per le maglie del giallo mi incuriosiva. È come se avessi accettato anche una sfida, all’inizio ero un po’ titubante, poi però sono rimasto contento della fattura del Cavallo di Ritorno (il primo libro della saga di Peppenella). Con La luce sia con voi ho cercato di allontanarmi ma in realtà c’ero già caduto dentro… questo significa che l’intrigo, che poi è tipico della mia città, mi intriga… per usare un gioco di parole. A Napoli basta chiedere e troverai tutto. Come diceva un personaggio dei miei libri: “puoi avere anche un elefante alle tre di notte, basta che avvisi 24 ore prima”. Ecco, l’idea è quella di vivere in una città come questa e raccontarla con un personaggio – Il commissario Peppenella – che non a caso non è di Napoli però ne rimane in qualche modo ammaliato.

  • Questo ci introduce alla seconda domanda. Come nasce Il commissario Peppenella, cosa ti ha ispirato nel realizzarlo?

A volte quando ti guardi intorno vedi strane figure che ti affascinano e poi scopri che magari fanno altri mestieri rispetto a quelli che ti dicono di fare. Per il mio personaggio sono partito dalla fisicità, in una società che tende a difendere i belli, l’essenza, i privilegiati, i griffati, quelli che si fanno otto ore di palestra al giorno, mi piaceva la “sfattezza” di questo commissario che dentro conserva una sorta di innocenza: “Lui è magro dentro!”,  è un commissario light,  ha una tenerezza e una bontà di fondo e anche quando vuole essere duro nemmeno i suoi subalterni gli credono ma gli sono così grati e affezionati che non lo tradirebbero per nulla al mondo. Ancora una volta l’aspetto umano è fondamentale.

  • Lavorando anche nel cinema potrebbe farci un possibile  paragone tra questo e l’editoria.

Secondo me bisognerebbe ritornare a raccontarsi per quello che si è. Non a caso io ho sempre usato i termini per quello che sono, le persone per quello che sono, senza estetizzare al fine di piacere. Per me che mi sono creato questo modo di operare dagli inizi questo è più facile, ma non a caso quando mi imbatto nella lettura di libri leziosi, stucchevoli, mi rendo conto di come la gente si affeziona di più a quelli che hanno un corpo, hanno materia. La materia è una cosa importante e noi dobbiamo raccontare questo tempo senza aver paura di raccontare anche il brutto. Se ad esempio dei vandali scheggiano un’opera d’arte a Firenze, o altrove, questo è un segno della perdita del  riferimento al bello ma noi nelle fiction cerchiamo di far vivere il bello, quindi è una sorta di controsenso. Questo è il nostro tempo raccontiamolo per quello che è. Nel Cavallo di ritorno infatti, mi piaceva l’idea che questo gruppo di ragazzini andasse a compiere per protesta un gesto di sfregio proprio alla Reggia di Caserta.

  • Per quanto riguarda lo stile della scrittura i libri di Lanzetta, negli anni 90’ hanno fatto scuola.  Fai ancora ricerca in questo senso?

Sì assolutamente. Questo è fondamentale nella ricerca di una modernità, invece che di un modernismo. La società in questi ultimi vent’anni è cambiata in  modo rapidissimo, ad esempio: se io voglio parlare di un’applicazione telefonica, WhatsApp,  a me viene facile scrivere uots z’app, questo perché secondo me è importante far accavallare le parole dentro/fuori, ma non è un fatto di non conoscenza, piuttosto si tratta di appropriarsi di quella parola e renderla fruibile attraverso il tuo lessico altrimenti non la useresti mai. Parto da questo per dire che il mio desiderio sarebbe quello di arrivare ad una sorta di prosa parlata. Prosa parlata per me significa decontestualizzare, ad un certo punto puoi imbatterti in una pagina dove non c’è soggetto, non c’è complemento non c’è predicato poi man mano che vai avanti si compone la storia però è importante partire dal parlato. Questo è un tentativo che mi affascina perché se si elimina un po’ di zavorra, diciamo così, nella configurazione dei personaggi del contesto ecc. e vai direttamente al parlato, puoi rendere il messaggio in maniera più diretta. Se immaginiamo la scena di un uomo che sta per essere investito da un’auto si potrebbe direttamente passare all’imprecazione della vittima. In quell’urlo c’è tutto il disappunto della  persona che sta per essere investita. Tutto questo è un po’ mutuato da un certo cinema, americano in particolare, che non ha bisogno subito di dirti chi siamo, dove stiamo, perché stiamo, ma ti dice: sta accadendo questo fattene una ragione! In questo riconosco la grandezza dei primi film di Tarantino come maestria, Pulp fiction su tutti ma anche l’ultimo The Hateful Eight per quanto lento, ha avuto una narrazione di questo tipo: non voglio sapere chi sono e dove sono, voglio però essere affascinato dal racconto.

  • Da Tarantino ritorniamo a Peppenella. È pensabile raccontare le sue vicende lontano da Napoli?

Quando si dispererà su Napoli e di Napoli magari chiederà il trasferimento ma arriverà prima la pensione. Il rapporto odio amore che ha lui con la città è lo stesso che ho io, questa è una città di cui non puoi vivere prenderti solo gli agi o il sole di Posillipo, no  questa è una città che per amarla veramente devi partire dalle fogne e magari non riesci ad arrivare a Posillipo perché sei sazio. Ecco perché io insisto su questa umanità dolente perché è quella che ti dà il respiro.
Che dire? Grazie a Peppe Lanzetta da tutta la redazione di Leggeremania per le sue belle parole di cuore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA




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Autore

Salvatore Chianese è sociologo e vive e lavora a Napoli. Gestisce la pagina Lettori e Scrittori di Facebook, si occupa di editoria e scrive su diversi blog. Ama da sempre la lettura, la musica e il cinema. Sin da bambino è attratto dal mondo dell’occulto del mistero e dell’horror. Nutre una venerazione per Stephen King e E.A. Poe.

Numero di articoli : 13

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