Tu, mio di Erri De Luca: Estate, amori, adolescenza e ricordi.

tu-mio-Erri-de-luca-copertina-libroTu, mio: Un pronome personale e un aggettivo possessivo formano lo splendido enigmatico titolo di questo romanzo di Erri De Luca.

Un titolo che dice e non dice, crea uno spazio, una pausa sottolineata dalla virgola, una sorta di puntini di sospensione tra il lettore e il libro. Non promette, non allude, resta in silenzio in attesa del suo momento. Ricorda vagamente un linguaggio primitivo, essenziale ma diretto, una lingua che non lascia spazio per ribattere. Tu, mio è un’affermazione, un imperativo. Quasi un obbligo, sebbene risulti ancora decontestualizzato. Ed è proprio il fascino dell’enigma a convincere il lettore a proseguire oltre la suggestiva prima di copertina che riecheggia un mare spumeggiante (ma la cui angolazione dall’alto ricorda anche l’abisso e le profondità più oscure delle acque).
Poi in Tuo, mio  il lettore si ritrova su un’isola, in piena estate, in compagnia di un ragazzo alle porte dell’adolescenza alle prese con lezioni di pesca. Un’isola della Campania, un dialetto che rimbomba musicalmente tra le righe, l’estasi degli amori estivi, la freschezza della gioventù, il calore della famiglia, i falò sulla spiaggia. Il tutto però non fa che spennellare con ostinazione una macchia di fondo, quello che resta nascosto ma con un’ombra sempre ben in vista: il ricordo di una guerra finita da poco e che comincia ad essere ricordata solo dai libri, richiamata insistentemente dalla sete di storia del protagonista e dagli ignari turisti tedeschi. Una guerra che viene rimossa a tutti i costi dalla memoria di chi l’ha vissuta, ma che si rifà viva nella figura di una ragazza, Caia – il cui vero nome si rivelerà essere “Hàiele” –, ebrea che si finge romena per sfuggire al pregiudizio sulla sua razza ancora inculcato nella mente di chi ha vissuto. Difatti, sarà proprio il pescatore Nicola a rivelare il “losco segreto” al protagonista, sarà proprio chi ha vissuto quella realtà fatta di odio e vendetta a ricordare il suono di quel nome. Perché come ricorda Nicola:

Guagliò, che brutta carogna è a guerra. […] Che vuoi sapere, tu sei venuto quando non c’era più niente, né tedeschi, né ebbrei, solo americani hai visto tu […]. Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri. Tenevamo vent’anni, ci hanno pestato come le olive e come le olive non abbiamo fatto rumore. Erano ebbree, ci chiedevano di salvare i bambini, ce li mettevano in braccio a noi soldati italiani che eravamo i nemici e noi non potevamo fare niente.

Il giovane si ritroverà ad affrontare una relazione alquanto particolare con Caia, interpretando il ruolo del padre perduto, il ruolo del padre che vuole restituire amore e calore ad una figlia persa troppo presto, restituita ad un mondo crudele e infame, nel tentativo di darle l’ultimo addio. Si assiste quindi ad un salto nell’abisso: dalla pre-adolescenza all’età adulta, dall’inconsapevolezza alla presa di coscienza, dalla cotta all’amore maturo e paterno, dalla memoria collettiva alla memoria personale di una cultura sconosciuta. Una perdita di coscienza, una confusione interiore scatenata dalla spiccata sensibilità di questo adolescente alle prime armi con l’amore e con la violenza. Perché come gli insegna e suggerisce il tanto ammirato zio “odiare per politica, odiare in astratto, non lo capisco, non lo so immaginare”. Invece, il protagonista non segue il consiglio dello zio italo-americano. Non si dimostra maturo, e sia la Storia – quella con la “s” maiuscola – sia la trama si chiudono in un cerchio concentrico: gli errori si ripetono, si torna al punto di partenza. L’insegnamento resta sullo sfondo, le parole volano al vento e per l’ennesima volta la memoria non basta, viene surclassata da un odio “astratto”, appunto.
Tu, mio diventa quindi non solo l’appropriazione indebita di Caia della personalità del protagonista, ma anche l’energico imperativo della storia che schiavizza la coscienza dell’uomo che tutto ignora nonostante sappia. Un imperativo crudo, secco, che lascia il segno. E il silenzio di un odio che ostina a non estinguersi.

Erri De Luca è tra gli scrittori italiani che ancora ricordano al lettore il genere prediletto nella storia della letteratura italiana: la poesia. La sua è una prosa poetica, una prosa che accoglie tutte le lingue, che si concede senza perdere il ritmo che la caratterizza. Una prosa costruita su immagini e metafore poetiche e che alleggeriscono il peso degli eventi e dell’azione. Il romanzo difatti non risulta pesante, riesce però a far trasparire l’amarezza per il corso degli eventi e della Storia. Il lettore percepisce lo stesso tipo di vuoto scaturito inizialmente dal titolo, questa volta però è più consapevole, meno ambiguo. E’ il vuoto della memoria, il vuoto di chi ricorda mediante la carta scritta, il vuoto di chi non può comprendere chiaramente un odio di quella portata e reagisce cercando di aprire la mente, di allargare le proprie vedute. Eppure, il risultato è misero. Perché, ricordando le parole di Nicola,

Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri.

 

VOTO: 9

SCHEDA LIBRO:

AUTORE: Erri De Luca
TITOLO: Tu, mio
EDITORE: Feltrinelli
PAGINE: 114
EURO: 6,50
ISBN: 9788807880766
Formato Kindle:Tu, mio (Universale economica)
Pdf: Tu, mio Erri De Luca pdf

NOTA SULL’AUTORE:

Erri-De-lucaErri De Luca, autore napoletano, è una delle voci più belle della nostra letteratura contemporanea. Dopo una gioventù avventurosa, si è dedicato alla narrativa, scrivendo romanzi che hanno conquistato il cuore di tutti. Fra questi: Non ora, non qui, In alto a sinistra,Il giorno prima della felicità, Montedidio, In nome della madre, I pesci non chiudono gli occhi La doppia vita dei numeri è il  suo ultimo lavoro.

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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