A pochi giorni dalla scomparsa di Gabriel García Márquez, Leggeremania ricorda Cent’anni di solitudine con un’intervista doppia che racconta i punti più toccanti di un romanzo che ha fatto la storia della letteratura del Novecento.

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Le due autrici Valentina Accardi e Valentina Sciortino ricordano Márquez e il suo capolavoro con un’intervista di Eleonora Usai che aiuta i lettori a scoprire il perché questo romanzo sia uno dei più belli della storia letteraria del Novecento.

Su Cent’anni di solitudine ci sono versioni contrapposte. C’è il lettore che ne trova la lettura noiosa e ostica, al contrario di chi invece dichiara sia uno dei romanzi più belli del panorama letterario mondiale. Come mai secondo te i lettori si dividono così nettamente su questo romanzo?

VALENTINA SCIORTINO: Mi sono posta diverse volte questa domanda. Secondo me per apprezzare questa particolare storia bisogna non solo accettare ciò che si legge, ma cercare di comprendere ciò che sta dietro a Cent’anni di solitudine, ovvero un mondo di tradizioni, una cultura, forse non così distante dalla nostra, fatta di spiriti, superstizione ed elementi magici. Probabilmente il vero ostacolo sta nel seguire la vicenda della famiglia Buendía e nel non perdere l’orientamento tra i vari Aureliano e Arcadio.

VALENTINA ACCARDI: Io credo che dipenda dal tipo di mentalità di ognuno di noi, da ciò che ci aspettiamo di trovare in un romanzo e della nostra capacità di vedere le cose da punti di vista diversi dal nostro. Per quello che mi riguarda, non posso dire che sia noioso o che sia brutto, però il fatto che di solito amo leggere storie più concrete ha rappresentato un limite nel momento in cui ho affrontato quest’opera. E sì, può risultare difficile anche non confondersi con tutti i personaggi che portano nomi simili.

Qual è il significato che a tuo avviso García Márquez volle dare alla solitudine con questo romanzo? Che cosa volle lasciare nell’animo del lettore?

VALENTINA SCIORTINO: Come afferma l’autore stesso nell’explicit del romanzo: «Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra». In realtà la maggior parte dei libri scritti da autori latinoamericani nella seconda metà del Novecento sono tutti portatori del grido delle popolazioni del Sud America, vittime della speculazione dei loro vicini nordamericani. Questo è visibile soprattutto nella trasformazione e trasfigurazione di Macondo che, da paradiso terrestre, viene colpita da numerose calamità naturali e non per poi finire spazzata via dal vento.

VALENTINA ACCARDI: In generale, la storia della famiglia Buendía e la geografia di Macondo rappresentano una metafora del Sud America e del suo popolo. La città inizialmente è un posto bellissimo in cui tutti credono di poter essere felici, un posto che prima è isolato dal mondo e poi vi appare perfino la ferrovia, e in cui da rudimentali costruzioni di fango si arriva a vedere il progresso. Poi però la situazione precipita, iniziano a mancare i ricordi e il villaggio cessa di esistere. Ecco, García Márquez ha sicuramente voluto rappresentare l’angoscia di chi viveva una determinata situazione politica.

Ricordi un personaggio che più di un altro ti abbia scosso le corde dell’anima?

VALENTINA SCIORTINO: L’intero libro mi ha colpita profondamente. Se dovessi, però, scegliere uno dei personaggi, non ho dubbi nel scegliere Úrsula, che per più di un secolo riesce a tenere le redini di una famiglia.

VALENTINA ACCARDI: Sicuramente Remedios “la Bella”. A parte il fatto che sembra rappresentare la bellezza proibita (quelli che l’hanno desiderata muoiono) e che vive in un mondo tutto suo, ma quello che mi ha colpito più di ogni altra cosa è il modo in cui sparisce salendo in cielo.

Con Cent’anni di solitudine, García Márquez vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1982. Un Nobel meritato grazie a questo libro o glielo avresti assegnato per altri suoi lavori?

VALENTINA SCIORTINO: Più che meritato, come ho già scritto, in questo libro c’è un forte e chiaro messaggio politico. È giusto che García Márquez abbia concentrato in una narrazione la storia del suo popolo.

VALENTINA ACCARDI: Onestamente non saprei rispondere, perché non ho letto tutte le sue opere, ma sì, se consideriamo il romanzo con tutte le sue implicazioni (la politica, l’ambientazione, le metafore), allora è più che meritato.

Dovendo parlare del romanzo a un bambino di dieci anni, come glielo racconteresti?

VALENTINA SCIORTINO: Partendo dal presupposto che non lo farei leggere a un bambino di dieci anni, potrei però raccontargli per sommi capi la vicenda, illustrandogliela passo per passo.

VALENTINA ACCARDI: Gli direi che è la storia di una famiglia che inizia una nuova vita in una città di nuova fondazione, ma che col passare del tempo finisce inesorabilmente per autodistruggersi.

A che età hai letto Cent’anni di solitudine? È stata una scelta sbagliata leggerlo a quell’età?

VALENTINA SCIORTINO: La prima volta l’ho letto, in italiano, a ventitré anni (lo so, un po’ tardino). Poi l’ho letto un po’ di tempo dopo in spagnolo, per un esame universitario. No, non credo sia sbagliato nel mio caso. Probabilmente avrei potuto leggerlo qualche anno prima.

VALENTINA ACCARDI: L’ho letto a ventitré anni, in spagnolo e in italiano, per un esame. Confesso che non l’ho letto prima perché non ero proprio convinta. Comunque credo che, almeno per quanto mi riguarda, sia stata l’età giusta. Poi è ovvio che ciascuno è un mondo a sé.

Perché leggere Cent’anni di solitudine?

VALENTINA SCIORTINO: Perché è un romanzo unico nel suo genere. L’abilità dell’autore sta nel descrivere elementi e oggetti ormai quotidiani con gli occhi innocenti di chi li vede per la prima volta. Leggerlo perché è l’unico modo per comprendere cosa voglia dire “realismo magico”.

VALENTINA ACCARDI: Va letto perché permette di conoscere un modo di fare letteratura completamente diverso dal nostro, e in questo senso credo che ci voglia un po’ di preparazione prima. Probabilmente, senza sapere ciò che in realtà il romanzo rappresenta, ci si potrebbe fermare alla trama senza riuscire ad andare oltre.

Come descriveresti lo stile letterario di Gabriel García Márquez? C’è qualcosa che lo differenzia dagli altri autori sudamericani?

VALENTINA SCIORTINO: In due parole: realismo magico. Il descrivere elementi sovrannaturali come quotidiani ed elementi quotidiani come sovrannaturali.

VALENTINA ACCARDI: Come ha già detto Valentina, il realismo magico, senza dubbio, che ci fa vedere cose normali come se fossero straordinarie e viceversa.

Un punto di forza e un punto di debolezza del romanzo.

VALENTINA SCIORTINO: Un punto forte e debole insieme è sicuramente la successione quasi biblica dei personaggi. È difficile stargli dietro, ma è una scelta narrativa volutamente caotica e affascinante.

VALENTINA ACCARDI: Per quanto mi riguarda, un punto debole è l’albero genealogico della famiglia Buendía. Confesso di aver fatto confusione diverse volte. Un punto di forza è la caratterizzazione dei personaggi, tutti così diversi ma alla fine così simili.

Un’unica parola che esprima l’empatia con Cent’anni di solitudine.

VALENTINA SCIORTINO: Senza pensarci molto mi è venuto in mente il termine “memoria”.

VALENTINA ACCARDI: “Destino”, è quello a cui tutti vanno incontro senza riuscire a sottrarsi.

Grazie a entrambe le Valentine per averci raccontato Cent’anni di solitudine.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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