Oggi ho il grande piacere di poter condividere questo spazio culturale con Maurizio Donati, editor di Chiarelettere, il quale risponderà alle mie domande e ci farà conoscere meglio ciò che è la realtà, notevole e molto interessante, della sua Casa Editrice.

chiarelettere-editore-casa-editrice-libri
Che cosa vuol dire essere editori oggi? In particolare, essere un editore indipendente?

Credo anzitutto che un editore non indipendente semplicemente non sia un editore. Un editore  per essere davvero tale deve rispondere solo ai propri lettori. Il fine del lavoro editoriale, oggi come sempre, è quello di trasmettere idee, storie, contenuti in una forma che sia accessibile a tutti o almeno al più ampio numero di persone possibile. Si tratta di capire bene cosa sta succedendo in questi ultimi anni, cosa sta diventando il libro nel momento in cui le informazioni, i contenuti viaggiano in forme nuovissime, via smartphone, tablet, strumenti che ci restano appiccicati addosso per tutta la giornata e spesso non ci abbandonano nemmeno quando dormiamo. Ecco, in tutto questo viene da interrogarsi su cosa resta del libro e del lavoro editoriale. Io credo che il senso di un libro sia dare profondità ai fatti. E’ ancora l’unico strumento che consente di raggiungere questo risultato. Chi vuole andare oltre la superficie delle cose ha bisogno del libro. Il lavoro editoriale sta diventando sempre più qualcosa di simile a quello dei cercatori d’oro, ognuno con la sua batea a cercar di tirar fuori qualcosa di nuovo e prezioso, un punto di vista inedito e interessante, una storia, dal fiume di notizie e informazioni che ci arrivano addosso.

Chiarelettere è un nome che ha un significato particolare?  Ci parla dell’idea che ha portato alla fondazione della Casa Editrice?

L’idea originaria, nel 2006, è stata quella di usare i libri per fare informazione, per raccontare le cose che giornali e tv non raccontavano. Siamo partiti da qui e ne abbiam fatta di strada con diverse nuove collane, una perfino di classici che ci ha dato grandi soddisfazioni. In questi ultimi mesi abbiamo avviato una nuova collana di narrativa, sempre con l’obiettivo di raccontare la realtà, svelarne i meccanismi più nascosti, per bucare quel velo che non ci permette di vedere davvero come funzionano le cose, come funziona il potere e come funzioniamo noi. La forma di scrittura è una lente che ci aiuta a vedere. Spesso la lente migliore è quella della saggistica, d’inchiesta e di testimonianza, altre volte invece ci vuole un’altra profondità, un altro stile, più letterario.

La maggior parte degli argomenti da voi trattati riguardano inchieste giornalistiche, testimonianze e temi legati all’attualità, come la giustizia, il mondo del lavoro, la libertà d’informazione; cosa vuol dire trattare, oggi, determinati argomenti, che potrebbero risultare “scomodi” perché nascondono verità inaspettate?

Vuol dire rischiare un po’ di più di chi fa pura editoria d’intrattenimento ma vuol dire anche, si spera, fare qualcosa che poi rimane nella testa delle persone.

Vuole menzionare ai nostri lettori i nomi di qualche autore che ha pubblicato con la Casa Editrice?

Uno dei più recenti, certamente, Vi aspettavo, a cura di Antonella Mascali e con un intervento di Gian Carlo Caselli è un libro che riporta per la prima volta le ultime parole dei condannati a morte della Repubblica italiana, dal 1978 (Aldo Moro) a oggi. Lavorando a questo libro avevamo in mente lo storico libro pubblicato da Einaudi Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana. I condannati a morte della Repubblica sono i nostri nuovi partigiani, abbandonati dallo Stato, morti perché lasciati soli, figure la cui storia dovrebbe essere ricordata ogni giorno soprattutto nelle scuole.  Il titolo del libro ricorda le ultime parole di don Pino Puglisi, pronunciate davanti ai suoi killer.

Il vostro punto di forza è l’indipendenza e il non essere legati a nessun partito, gruppo religioso o economico; quali sono i vantaggi di lavorare in questo modo? E, se ce ne sono, gli inconvenienti?

L’indipendenza ha solo vantaggi, hai davanti solo la tua coscienza e i lettori.

Chiarelettere ha avuto riconoscimenti all’estero per il suo operato da realtà come “Le Monde” e “Financial Times”; vi aspettavate tale successo?

Forse no, ma posso dire che abbiamo tenuto duro per difendere la posizione che già dopo il primo anno dalla nascita della casa editrice ci siamo conquistati. Ora ci attendono altre sfide, speriamo di vincerle, ce la metteremo tutta come sempre.

Il vostro lavoro e quello dei vostri autori richiede, come si può naturalmente dedurre conoscendo il vostro progetto, molto impegno; quanto vi gratifica tutto ciò?

Gratifica moltissimo, come in ogni cosa, maggiore è la fatica e l’impegno e più grande alla fine è la gratificazione. Se esistesse la bacchetta magica sarebbe tutto più facile eppure per nulla soddisfacente, perché quello che facciamo non arriva da noi.

Chiarelettere si è affermata anche grazie alla sua popolarità sul web, grazie al blog Voglio scendere di Corrias, Gomez e Travaglio; vuole parlarcene?

All’inizio è stato un successo incredibile e immediato. L’idea originaria del direttore editoriale Lorenzo Fazio era quella di costruire una casa editrice fortissima sulla rete, ed è stato subito boom grazie agli interventi di Travaglio, Gomez e Corrias.

Perché si dovrebbero leggere i libri di Chiarelettere?

Perché sono un’esperienza, un antidoto contro i luoghi comuni. Perché non puntellano nessun altarino. Perché aiutano a farsi un’idea propria sulla realtà che ci circonda.

Un ringraziamento da parte mia e di tutta la redazione di Leggeremania a Maurizio Donati che ci ha dedicato il suo tempo.

 ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Shares

Commenta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi * sono obbligatori

Shares