Il tempo migliore della nostra vitaIl tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati è una toccante e quanto mai vivida trasposizione della nostra recente Storia, fin dal 1934; e non è un romanzo, non è un diario, e non è neppure un trattato storico, ma diviene il loro ricongiungimento e fusione in un testo creato come un intenso mosaico, impareggiabile, preciso e dettagliato nella sua ricostruzione storica

Il dramma vissuto dall’Italia in quegli anni è qui raccontato sia attraverso la vita di un personaggio storico, quale fu Leone Ginzburg, sia attraverso la vita quotidiana della famiglia dello scrittore,  paterna e materna,  rispettivamente gli Scurati e i Ferrieri.

Ciò che desidera Scurati in Il tempo migliore della nostra vita è di far convergere nelle sue pagine la realtà della Storia in ciascuno dei protagonisti, siano essi eroi o gente comune, raccontandoli su un unico esclusivo piano, su un unico livello,  affinché il lettore possa con lucidità ed empatia parteciparvi, senza arrivare a discriminarli  né tantomeno a scinderli nel loro ruolo sociale o politico che fosse. E ciò gli riesce pienamente, con una scrittura che intercala il diario giornaliero di guerra, minuzioso, puntiglioso, rigorosamente documentato, al racconto di quella stessa guerra attraverso lo svolgersi della quotidianità delle due famiglie, in cui i nonni Antonio e Peppino, Ida e Angelane divengono protagonisti nel milanese e nel napoletano, in un linguaggio che è sempre armonioso, talvolta poetico, sempre lucido e soprattutto scevro da luoghi comuni.

La vita di Leone Ginzburg è integerrima, è quella di chi è sempre fedele a se stesso e ai propri valori e che, dal suo “no” al fascismo pronunciato l’8 gennaio del 1934, diverrà poi un eroe della Resistenza nel dopoguerra. Egli fonderà la casa editrice Einaudi,  rimanendo sempre aderente e coerente alle sue idee di purezza intellettuale anche, e anzi ancor di più lo sarà, nella sua attività lavorativa di traduttore di autori classici e contemporanei

“La dignità di ogni singolo libro diventa per Ginzburg la dignità della cultura, la difesa del testo quella dell’uomo.”

Egli costruirà la propria famiglia accanto alla moglie Natalia, figlia di Giuseppe Levi, di cui si innamorerà per lettera, seppur perseguitato e in esilio. E Scurati a questo proposito ci dirà

“I libri, i figli, le case abitate o evacuate. La vita privata, nonostante tutto, ancora si attiene a quest’epica primitiva. Le bombe non ne spezzano la trama elementare”

come dire, la vita anela al bello, all’unione,  all’amore, nonostante tutto, anzi, proprio a discapito di tutto.

Tra le sue pagine troviamo sia vite vissute  da persone eroiche, da personaggi che  la Storia l’hanno scritta con la propria esistenza, e che quindi  vivranno per sempre e in ogni tempo tramandati alla Storia, sia le vite vissute da gente comune, che ancora possono vivere grazie ai ricordi dei propri nipoti. Quest’ultima la storia familiare di ciascuno di noi, unica e peculiare, radicata sorgente a cui ci appelliamo quando pensiamo alle nostre radici. Le une e le altre, tipologie di vite che non si sfioreranno mai tra di loro nella cruda realtà di quegli anni, ma vivranno comunque all’unisono i tempi della guerra e del fascismo, della disfatta e della rinascita dell’Italia

E infatti  la Storia degli eroi e la nostra storia personale, hanno avuto giorni identici di guerra e ci furono torture, sofferenze e morte per gli intellettuali, per gli ebrei, per la gente comune, per i nonni di ciascuno di noi

Pungenti, al limite del sarcasmo, le parole che in Il tempo migliore della nostra vita Scurati utilizza per descrivere la generazione delle persone nate dopo la metà del secolo scorso che, figli di una guerra ormai terminata da anni,  si sono ritrovati a gestire in tempo di pace i propri demoni psicologici.

Cosa siamo noi davvero oggi, in questo nostro tempo contemporaneo, dove,  riprese dallo scrittore le parole di Pintor

“ogni santo giorno ci costruiamo un dramma interiore, non avendo altro che quello mentre (in tempo di guerra) la loro generazione non ebbe il tempo di costruire il dramma interiore perché trovò il dramma esteriore perfettamente costruito?”

Scurati è disarmante, nonché provocatorio, quando scrive di cercare nel suo quotidiano vivere, e obbliga in quel momento ciascuno di noi a immedesimarsi nella sua lucidità di visione, sia esso uomo comune o intellettuale, quando cerca di trovare un aggancio alla vita devastante che fu dei suoi avi, un prolungamento della Storia che gli permetta di riconoscere, per poi salvarla, la sua stessa esistenza;  una fonte di acqua salvifica che, sgorgando, lo possa dissetare dal suo desiderio di vita vera perché, come da sue stesse parole

“l’apprendistato alla vita è stato per me  un tirocinio all’irrealtà (..) e la storia una battuta di spirito tra un drink e l’altro […]

Rimpiangere il tempo della storia, questo il destino beffardo di chi non  ha destino perché vive al tempo della cronaca. (..) La vita, se vissuta nell’orizzonte della cronaca, si cronicizza in una malattia inguaribile di lungo decorso. Si tradisce così il senso tragico della lotta altrui e si smarrisce ogni senso della propria lotta.”

E ancora, Scurati denuda se stesso, e noi, denudati con lui, mentre ci racconta delle sue paure notturne, dei suoi incubi e in poche righe ci mostra la vita intima di un uomo spiazzato davanti al benessere materiale della modernità che ha tutto tra le sue mani  e che, per contrapposizione, soffre di malessere e vuoto interiore: una circostanziata criticità verso l’essere umano di oggi, verso i suoi vizi, verso la sua mancanza di passioni e ideali perché, nella sua modesta, forse meschina e senz’altro agiata e  pacifica vita, questa generazione di uomini, la nostra generazione, non si accorge che sta vivendo “quell’avvenire facile e lieto” per cui uomini dello spessore intellettuale di Leone Ginzburg si sono battuti.

“Siamo al punto morto della storia, dove si organizza un “evento” al giorno eppure non succede mai niente. Tutto questo è vero, verissimo, lo sappiamo tutti, ma, alla fine dei conti, è meglio così. E sappiamo anche questo.”

Le pagine di Il tempo migliore della nostra vita scorrono veloci nella nostra lettura e ci toccano profondamente. La coerenza morale di Ginzburg ci fa fremere per un intimo ritrovato ideale; i nostri occhi vedono immagini cruente e ci si stringe il cuore;  leggiamo la neve farsi bianca nell’inverno e sentiamo quel freddo entrarci nelle  ossa; scrutiamo la mancanza di cibo mentre lo stomaco d’istinto ci si chiude; leggiamo l’amore e partecipiamo con un sorriso alla nascita di tanti figli, seppur nella miseria.

Il mosaico può dirsi terminato. Noi, ci siamo identificati in esso e sappiamo di avervi preso parte perché noi tutti abbiamo senz’altro rivolto un pensiero ai racconti di guerra dei nostri nonni, alle loro vite vissute, di persone comuni o personaggi storici, qualunque esse siano state.

Scurati si congeda.
Noi con lui.
L’obbiettivo è raggiunto.

“Per tutti loro, uomini illustri e non illustri, la memoria conservata in un racconto è l’unica forma di sopravvivenza. Si narrino dunque, una accanto all’altra, (..) la vicenda tragica dell’eroe intellettuale, della sua stirpe e della sua discendenza, e quella della mia gente, gente comune, le si narrino addirittura fino al punto in cui questa linea genera me, lo scrivente, il più insignificante.”

SCHEDA LIBRO:

AUTORE: Antonio Scurati
TITOLO: Il tempo migliore della nostra vita
EDITORE: Bompiani
PAGINE: 272
ISBN: 978-8845279133

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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1 Commento

  • massimo Loreggian Pubblicato 27 gennaio 2016 10:01

    Recensione articolata, ricca di preziose osservazioni ben calibrate sulle vite dei personaggi, e sugli eventi che hanno animato l’intera vicenda del libro. Ottima osservatrice, Chiara Gilardi, accurata nell’analisi nel raccogliere la visione che emerge dal romanzo. Molto efficace l’osservazione che fa del tempo presente, vuoto e privo di anima, quanto ricco di benessere e superficiale, così come Scurati lo descrive. Fondamentale è l’allarmante ripiegarsi dell’uomo sul senso del nulla, dopo aver constatato- non sapendo come intervenire- di non saper risolvere il vuoto interiore che lo risospinge ancora nell’avvenire, pensando che “alla fine dei conti, è meglio così”. L’enigma della vita non viene risolto e vi ci si adegua ritornando a far scorrere gli eventi come fossero soltanto una cronaca.

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