Una citazione dal romanzo per la vita: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

“Che ho da dire altro? La verità è una sola”

Ho perso il conto di quante volte ho letto questo libro. Per me è il libro dei libri, quello che ogni volta che rileggo ci trovo cose nuove che me lo fanno piacere ancora di più, quello che va bene per ogni stato d’animo, quello che racconta tutte le storie di tutto il mondo, di ogni epoca e di tutte le persone.

Ed è un libro che offre, naturalmente, centinaia di spunti per citazioni. Avrei potuto scegliere “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia” che muove il cuore del più spaventoso personaggio del romanzo; oppure “la che c’è la Provvidenza” fa trasparire l’animo semplice e pieno di fede del protagonista; o ancora “Don Abbondio non era nato con un cuor di leone” che, metafora pietosa, rivela tutto il carattere del curato più conosciuto dagli studenti italiani.

Già, I promessi sposi è il mio romanzo per la vita. Vi faccio però una piccola confessione: spesso, quando lo rileggo, salto la parte dei tumulti a Milano, nei quali Renzo si incaglia ricevendone solo guai risolti poi col passaggio dell’Adda dopo una notte infame. Sarà che sono capitoli lunghi che non servono tantissimo all’economia della storia, sarà che mi dispiace per il comportamento sconsiderato di Renzo, ma quando ci arrivo, faccio sempre un balzo in avanti a ritrovare Lucia e l’Innominato.

Stavolta invece mi sono imposta di leggerli! E, come sempre mi succede con I promessi sposi, ci ho trovato un paio di spunti di riflessione. Uno è quello che vi propongo con la citazione che ho scelto.

Prima però un po’ di contesto: Renzo si è appena addormentato, ospite in un’osteria, dopo essersi ubriacato ed essersi lasciato sfuggire con un “birro” alcune opinioni decisamente poco in linea con quelle del governo, “parole temerarie” come dice un poliziotto. Interrogato proprio sulle parole di Renzo, l’oste, colpevole di non averne registrato le generalità, cerca di cavarsi fuori dalla situazione scomoda in cui si è ritrovato, giurando e spergiurando che lui non sa di più e che ha sempre “avuto giudizio”. Incalzato, termina la sua deposizione con un lapidario “la verità è una sola”.

Da storica, questa frase de I promessi sposi mi ha colpita. E ci ho ripensato anche giorni dopo quando una mia allieva di italiano mi ha chiesto come si faceva a trovare la verità dalle fonti antiche. Le ho risposto quello che mai si sarebbe aspettata e cioè che lo storico non si pone mai la domanda della verità ma piuttosto di quale verità. E lì ho ripensato all’oste manzoniano e alla sua affermazione.

Ho pensato a quanto ci affanniamo, nella vita di tutti i giorni, a trovare la verità. Di ogni fatto che accade non possiamo fare a meno di chiederci “chissà cos’è successo davvero?”. Perché ce lo chiediamo? Perché è così importante? Mi sono data due risposte, magari voi ne avete altre. La prima è che vorremmo essere onniscienti, almeno io cerco a volte di immaginarmi come dovrebbe essere sapere tutto. E penso che sarebbe allo stesso tempo meraviglioso e spaventoso. Ma la curiosità, la sete di conoscenza sono insite nell’animo umano e sapere è per noi una priorità. Almeno dovrebbe esserlo.

La seconda è che la verità tranquillizza: la verità ci dà delle risposte e ci consente quindi di spiegare, giustificare, razionalizzare.

E a volte, come l’oste, a tacitare la coscienza.Peccato che nella maggior parte dei casi la verità è in realtà una verità. La nostra, spesso. Quella che ci vogliamo raccontare, quella che per varie ragioni ci fa comodo. Ma l’articolo indeterminativo è d’obbligo perché è una verità che si basa sì sui fatti ma anche sulla nostra interpretazione di essi e la nostra interpretazione dipende da così tanti fattori culturali, psicologici, personali che si tratta, anche se non vogliamo ammetterlo, di una verità.

La verità, quella con l’articolo determinativo, per me è riservata a poche cose: è vero che oggi c’è il sole, è vero che mi chiamo Marta, è vero che vivo a Berlino e che ho un gatto e via dicendo.

Già però la frase “sono pigra” è una verità: lo sono secondo chi tutte le mattine si alza e corre per 10 km, non lo sono per chi non fa mai attività fisica. Idem per “sono disordinata”, è vero per mia mamma, meno vero per me, decisamente non vero per dei nostri amici francesi nella casa dei quali sembra sempre che sia passato un tornado.

E, per tornare alla Storia, anche qui tutto fa lo storico tranne che correre dietro alla verità. Prendiamo la frase “verso la fine dell’Impero romano iniziamo le invasioni barbariche”: apparentemente, niente da eccepire. Ma uno storico tedesco dirà una cosa del tipo “verso la fine dell’Impero romani sono iniziati degli spostamenti di alcune popolazioni”. Capite bene che quella che, dal nostro punto di vista culturale, è un’invasione – cioè uno spostamento da fuori a dentro i confini – per altri è semplicemente un fenomeno migratorio.

Qual è la verità, insomma? Chiederebbe la maggior parte delle persone. Erano popolazioni che si spostavano in cerca di posti migliori dove vivere o orde di invasori? La risposta da storica è sempre “dipende”, parola che riassume perfettamente il relativismo della verità storica. Ma chiedetemelo inter nos e sicura vi risponderò “invasioni barbariche!”, verità parziale e culturale che però dice molto di quello che sono.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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