Lale indossa il suo vestito migliore, pronto ad affrontare un viaggio di cui non conosce la destinazione. Non ha paura perché ha fiducia, vive le sue giornate con ottimismo e si è offerto di partire volontario per evitare che andasse via il fratello, sposato e con figli.
Ha portato con sé dei libri, dei vestiti puliti e del denaro, ben nascosto per non essere scoperto.

Non sa dove lo porterà il treno che partirà da Praga ma non perde le speranze, nemmeno quando viene rinchiuso in un treno merci per bestiame, insieme a tanti altri uomini che come lui faticano a respirare e a restare vivi.

È il 23 aprile 1942, i vagoni di quel treno lo porteranno ad Auschwitz dove vivrà una vita come non avrebbe mai creduto potesse accadere, anche nei suoi peggiori incubi. In quel vagone insieme a occhi impauriti, disperati, affamati e tristi, Lale pensa solo a una cosa: ritornerà dalla sua famiglia, il denaro che ha portato lo salverà dal nemico.
Non immagina quello che vivrà per giorni, non sa che ogni minuto in quel campo di concentramento sarà interminabile. La sua mente non ipotizza che un essere umano possa essere capace di simili orrori.
Eppure ad Auschwitz lotta, lotta ogni giorno della sua vita per vivere e far vivere i suoi compagni. Rischia, non ha paura, affronta.

Diventa il tatuatore di Auschwitz, la persona che marchia con dei numeri gli essere umani, colui che cancella un nome e forse una vita. Lo fa perché non ha altra scelta ma anche perché questa mansione gli consente di trovare cibo per i suoi compagni di reparto, per sostenere donne più deboli e giocare un po’ con i bambini zingari che ha in stanza.

È in uno dei suoi innumerevoli marchi che, dopo aver alzato gli occhi per caso e guardato in volto, per una volta, a chi stesse praticando il tatuaggio, incontra Gita. È in quel momento che Lale si perde in uno sguardo intenso e malinconico, in un mezzo sorriso, appena accennato ma sincero. Gita sarà per Lale la sua voglia di vivere ad Auschwitz, la lotta contro il nemico, la forza di farcela per tornare a vivere come esseri umani.

Ho letto Il tatuatore di Auschtwitz nel Giorno della Memoria. In un’unica giornata sono tornata indietro nel tempo, a un periodo così ignobile che solo leggerne fa male al cuore. Ho letto questo romanzo perché volevo capire come si potesse parlare d’amore dentro un campo di concentramento. Ho scoperto tante cose, alcune mi hanno dato un’emozione che non dimenticherò più. Grazie alla storia di Lale e Gita ho conosciuto meglio le persone che vivevano ogni minuto della loro vita come se fosse l’ultimo. Si baciavano di nascosto, rubavano una briciola di pane e la condividevano con degli sconosciuti diventati fratelli. Vedevano la morte negli occhi di ogni abitante del campo, ma anche la forza e la voglia di lottare, di ribellarsi al nemico.
C’erano persone non numeri, c’erano anime non corpi.
C’erano cuori che battevano fino a impazzire e anche se poi cedevano alla sofferenza, avevano combattuto per la vita con dignità.

Ho amato Il tatuatore di Auschwitz perché ho conosciuto una parte della storia dell’Olocausto che non si racconta nei libri di scuola e nei telegiornali. Ringrazierò per sempre Heather Morris per essere entrata a casa di Lale, ormai anziano e pronto a seguire in cielo la sua compagna di vita, e aver raccontato una testimonianza così forte e ricca di speranza.

Spero di poter incontrare almeno una sola volta nella vita una persona come Lale Sokolov, che ha vissuto di ottimismo e lealtà, che ha dato il suo cuore agli altri e ha rischiato la sua vita senza paura. Spero di imparare a essere un po’ come lui, mi sentirei migliore.

Grazie Heather Morris, grazie davvero per avermi fatto conoscere Lale e Gita.

SCHEDA LIBRO:

AUTORE: Heather Morris
TITOLO: Il tatuatore di Auschwitz
EDITORE: Garzanti 2018
PAGINE: 223
ISBN: 9788811675976

©RIPRODUZIONE RISERVATA




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