Ci sono dei progetti editoriali che meritano di essere evidenziati, o quantomeno scoperti. I motivi possono essere molteplici, ma nel caso di Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca e visioni, breve saggio scritto dal giornalista Claudio Mangolini e dall’avvocato Chiara Penna, è facile evidenziarne il principale: il grande fascino che l’opera emana.

Attenzione ad avvicinarsi a questo volume, perché si tratta di un testo che tratta tematiche pericolose e da prendere con le pinze. Gli autori, infatti, hanno deciso di scandagliare una delle arti più amate, la musica, per individuare quelle zone d’ombra che spesso si celano dietro le melodie che ascoltiamo, come vittime inconsapevoli di messaggi subliminali violenti e blasfemi.

Allo stesso modo, in Suoni dal buio di Penna e Mangolini si percepisce forte la tentazione di liberare la musica commerciale (e in particolar modo il rock) da quell’aura maledetta che l’ha sempre contraddistinta e fatto disprezzare da tante persone.

Unendo storia della musica contemporanea e analisi di casi e mentalità criminali, gli autori ci accompagnano in un viaggio allucinato nei meandri dell’inferno. Tutto sommato, però, questa discesa negli inferi è più che piacevole, non solo per la qualità del testo ma anche per l’accompagnamento sonoro che suggerisce.

Andremo all’inferno, d’accordo, ma almeno ascolteremo buona musica. Mettiamoci in viaggio in compagnia dei due autori.

Diamo il benvenuto a Chiara Penna e Claudio Mangolini, autori di Suoni dal buio. Appunti di musica, cronaca e visioni. 

suoni dal buio-libro

Prima di addentrarci nelle domande, fate una breve presentazione per i nostri lettori. Ovviamente la precedenza va alle donne.

C.P. Innanzi tutto grazie dell’interesse mostrato per il nostro libro. Io sono Chiara Penna, avvocato penalista e criminologa. Sono autrice di diverse pubblicazioni scientifiche, ma solo ultimamente ho iniziato a dedicarmi alla scrittura in modo diverso, anche per cercare di coniugare le mie competenze e le mie passioni che, guarda caso, presentano spunti di riflessione e punti di contatto con quella che è la mia professione. Suoni dal buio è infatti il mio secondo lavoro editoriale, perché poco tempo fa ho pubblicato l’e-book La vera storia del Mostro di Firenze.

C.M. Ciao Vincenzo, un saluto a te e a tutti i lettori di Leggeremania.it, grazie mille per quest’intervista. Sono giornalista freelance e musicista di Torino, e scrittore per vocazione.

Come e quando nasce il progetto Suoni dal buio?

C.M. Questo progetto nasce nel febbraio di quest’anno, da una conversazione tra me e Chiara in merito alla sua idea di scrivere un libro sulla musica e la criminologia. L’idea mi è subito piaciuta e mi sono offerto di darle una mano, cercando una serie di spunti interessanti da cui partire per creare un filo conduttore degli argomenti trattati. Ecco com’è iniziata la nostra collaborazione lavorativa e com’è nato questo libro.

Il vostro libro tocca diversi argomenti, con la musica che occupa maggiore spazio. Com’è avvenuta la scelta dei gruppi e dei testi da citare in merito a questa connessione con il Male?

C.M. La scelta degli argomenti è stata abbastanza istintiva e veloce, ci siamo concentrati sui nostri gusti musicali-cinematografici e abbiamo stilato un primo ipotetico indice per il libro. Abbiamo cercato di approfondire gli aspetti poco conosciuti di un mondo sotterraneo, a volte poco menzionato, se non addirittura dimenticato. Nel libro c’è un capitolo sul panorama musicale italiano dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Novanta. Una sorta di riscoperta illuminante per chi non ha avuto modo di addentrarsi al meglio in certi ambiti sonori.

Quali sono, secondo la vostra esperienza diretta, le più grandi difficoltà nello scrivere un libro a quattro mani?

C.M. Grosse difficoltà, a mio modo di vedere, non ne ho riscontrate. Io e Chiara abbiamo lavorato in maniera molto veloce e precisa, viaggiando sullo stesso binario per arrivare a completare lo scritto nel minor tempo possibile. Ci siamo divisi i compiti e siamo partiti. Certo, abbiamo avuto qualche intoppo, dettato dai vari impegni lavorativi, ma tutto quanto è andato a buon fine.

C.P. Confermo. Noi non abbiamo incontrato nessuna difficoltà, anche perché il libro è strutturato in modo molto semplice e fluido: Claudio si è occupato sostanzialmente della prima parte di ogni capitolo introducendo gli aspetti per così dire storici e musicali, mentre io mi sono occupata di analizzare dal punto di vista criminologico i fatti e la cronaca presi in considerazione.

Una realtà molto particolare e oscura (che ammetto di aver amato negli anni dell’adolescenza, ma questa è un’altra storia) è quella del black metal scandinavo. Musicisti che puntano su un aspetto scioccante, con testi che inneggiano a satanismo e nazionalismo spinto. Nel libro trattate questo genere maledetto analizzando anche i crimini avvenuti a inizio anni Novanta tra i vari esponenti dei gruppi più famosi: cosa potete dirci a riguardo?

C.M. Nel capitolo sulla scena black metal scandinava, in particolare quella norvegese, abbiamo analizzato le vicissitudini del fantomatico Inner Circle, gli omicidi a scopo “rituale”, le intimidazioni ad alcuni musicisti ritenuti dei venduti, gli incendi delle chiese e ogni sorta di venatura nera di quell’ambiente. I Mayhem, gruppo di punta del movimento, hanno dato il via al delirio sonoro che si è trasformato ben presto in qualcosa di maniacale e folle. Le teste di maiale impalate sul palco, il filo spinato, gli atti di autolesionismo, sono una sorta di barriera tra il pubblico e la band. Un muro da non oltrepassare o un avvertimento per i deboli di cuore.

Uno degli argomenti che trovo più interessanti tra quelli da voi analizzati (e che mi tocca da vicino per delle conferenze tenute anni fa), riguarda il famosissimo caso di Charles Manson e della strage di Cielo Drive. In che modo entra la “famiglia” mansoniana nel vostro racconto musicale volto al Male?

C.M. La famiglia di Manson entra in scena marginalmente in mezzo alle pagine del libro. I vari membri accompagnano in lontananza, e con il coltello nascosto dietro i pantaloni, il racconto sulle vicissitudini personali e artistiche del buon vecchio Charlie; ossessionato dai quattro di Liverpool e dal sogno di diventare un musicista. Ci siamo concentrati sull’aspetto sonoro della vita di Manson, per non ripetere all’infinito la storia del massacro di Cielo Drive o il caso dell’imprenditore italo-americano Pasqualino LaBianca. Episodi che continuano a creare sgomento dopo quasi cinquant’anni.

C.P. Abbiamo volutamente evitato di dilungarci su cose già scritte, per cui le azioni della family vengono citate come dato storico ma non analizzate nel dettaglio. Piuttosto viene spiegato dal punto di vista criminologico come sia stato possibile dar vita a questa forma di organizzazione settaria e come Charles Manson abbia assunto il ruolo di leader della comunità.

Anton La Vey e la sua Chiesa di Satana, altro personaggio particolare che ha ispirato anche diversi artisti, basti pensare a Marilyn Manson (nominato reverendo da La Vey stesso nel 1994). Folle fanatico o libero pensatore diventato tenebrosa icona culturale?

C.M. Secondo me, Anton LaVey è sempre stato un abile e bislacco satanista della porta accanto. Dai suoi dischi con le incisioni dei rituali satanici alle raccolte di canzoni anni Venti e Trenta. Se cerchi i suoi servizi fotografici con Jayne Mansfield potrai renderti conto che la sua “cattiveria” o “follia”, altro non erano che espedienti suadenti per attirare l’attenzione del grande pubblico nei suoi confronti. Questo vale anche per gli adepti della sua Chiesa.

C.P. Io, invece, lo definisco in modo molto preciso nel primo capitolo del libro, quindi non ti svelo nulla!

Una domanda rivolta singolarmente. Iniziamo da Chiara. Avvocato penalista e criminologa, quali sono i motivi che ti hanno spinta a puntare su questo nuovo progetto editoriale?

È un’idea nata dalla mia passione per la musica e per tutto ciò che ruota intorno ad essa.
Non tutti sanno che da ragazzina ho studiato pianoforte ma soprattutto danza classica per oltre venti anni, lavorando anche come danzatrice professionista, quindi ho vissuto la musica sotto diverse angolazioni. Ho sempre cercato di ascoltare e conoscere il più possibile e la curiosità mi ha spinto, così, ad approfondire diversi argomenti. Oggi che sono una penalista criminologa, ho deciso, come dicevo poco fa, di analizzare da un punto vista scientifico alcuni fatti di cronaca e alcune storie interessanti che hanno riguardato in qualche modo il mondo del rock.
Ho riflettuto sul fatto che la musica è in grado di influire sul nostro umore e sulla nostra fisiologia in modo molto più efficace delle immagini (che pure trattiamo attraverso l’analisi di alcune pellicole) perché attiva simultaneamente diversi circuiti cerebrali. Il dialogo emotivo che si crea con la musica quando si guarda un film, ad esempio, gioca un ruolo eccezionale nelle reazioni degli spettatori a certe emozioni ed è anche per questo che la cronaca nera viene spesso riportata nel cinema: perché il male e l’oscurità affascinano.
Non a caso il rapporto simbiotico tra i due piani di percezione sensoriale (visivo e sonoro) è esaltato al massimo nelle storie che trattano tematiche violente, ossessioni e delitti. Da queste valutazioni è nata l’idea del libro.

Claudio tu sei giornalista e musicista, di nuovo alle prese con un altro libro dopo Passione Nera (che ho avuto il piacere di leggere) in cui analizzi il fattore oscuro nel cinema. Qui invece guardi, insieme a Chiara Penna, alla musica. Cosa ti spinge a effettuare queste ricerche del Male nelle arti? Potremmo forse pensare che la creatività sia figlia della parte malvagia che alberga in tutti noi?

Per prima cosa, grazie mille per aver letto il mio primo lavoro Passione Nera – I volti della violenza nel cinema italiano d’autore. Spero ti sia piaciuto. Rispondo subito alla tua domanda: la spinta interiore arriva dalla curiosità, mai doma, che mi porto dentro nei confronti di tutto quello che può darmi un’emozione. Il male in realtà non esiste, è solo una proiezione perversa di un cervello fallato che pensa di essere furbo e utilizza stratagemmi meschini per colpire. La creatività è figlia del sangue. Ma non basta averne in abbondanza per ritenersi dei creativi o delle menti geniali, bisogna addentrarsi nel delirio più puro mantenendo sempre un contatto con la realtà.

Una domanda banale ma, a questo punto, necessaria: secondo voi, perché il rock è sempre stato considerato come un genere musicale maledetto? Solo per l’aria provocatoria e aggressiva, o ci sono delle realtà poco conosciute che avvicinano questo tipo di musica alla sfera negativa dell’esistenza?

C.M. Il rock è sempre stato un fenomeno di rottura nei confronti di un certo sistema bigotto e conservatore. L’evoluzione della musica ha portato alla nascita di sonorità sempre più crude e ruvide, siamo passati dalla canzone d’amore dei primi anni Trenta e Quaranta al rock’n’roll più selvaggio degli anni Cinquanta. Le parole dei testi si facevano più audaci e ammiccanti, i titoli delle canzoni viaggiavano sempre sul filo della doppia interpretazione. I critici cercavano sempre il marcio o l’ambiguo in ogni disco, artista o band. Gli anni Sessanta hanno portato la sperimentazione in campo artistico e psichico, l’uso delle droghe, le esperienze sessuali al limite della pornografia. Un vasto insieme di emozioni che sono confluite, in maniera distorta, nel decennio successivo, quello dei Settanta. Tra atmosfere oscure con richiami all’occulto e distorsioni figlie del punk, ribellione politica e scontri generazionali. Oggi di tutto questo, a nostro modesto parere, rimane davvero poco… o meglio, niente. C’è solo l’ossessione di volere apparire come “estremi” a tutti i costi, senza avere niente da dire. Ci sono un sacco di realtà da approfondire, basta cercare dentro il mare musicale e qualcosa salta fuori.

Questa vostra collaborazione avrà un seguito o si tratta di un’esperienza “unica”?

Chi può dirlo… forse stiamo già preparando un altro libro.

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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