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Masterpiece: per me è un NO

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Quando ho saputo che avrebbero trasmesso Masterpiece, un talent su aspiranti scrittori, ho subito storto il naso pensando che questa formula non avrebbe funzionato. Come è possibile spettacolizzare qualcosa di talmente intimo, come la scrittura? Ma soprattutto come accettare di mettere nel piatto degli spettatori italiani una pietanza dalla ricetta così segreta da dosare, come le proprie emozioni più profonde? Si può diventare scrittori solo partecipando ad un talent televisivo?

La curiosità ha tuttavia prevalso e ho deciso di tenermi aggiornata sugli sviluppi di questo esperimento. La voglia di capire come sarebbe stato confezionato il nuovo format per poter avanzare un giudizio critico, mi ha spinta poi a seguire la prima puntata trasmessa questa sera in seconda serata su raitre.

In rete da mesi circolavano news sull’evento e i nomi dei tre giudici erano già noti da tempo: gli scrittori Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo e Taiye Selasi. La prima critica è nata spontanea: come può una scrittrice nata a Londra da padre ghanese e madre nigeriana con origini scozzesi, giudicare storie scritte in una lingua che non le appartiene per nascita e cultura? Come cogliere le sfumature di un idioma prodotto da secoli di storia di arte e cultura? A meno che (e qui la riflessione nasce spontanea) non si voglia dimostrare quanto la nostra lingua subisca contaminazioni alla luce di una cultura multietnica e non a caso la scrittrice si definisce Afroapolitan

Ma torniamo alla nostra cronaca … Dal momento in cui si sono aperte le selezioni, si sono presentati cinquemila aspiranti scrittori di tutte le età e estrazioni sociali. Manoscritto sotto braccio, occhi bagnati di speranza, ad uno ad uno si sono esibiti nei loro provini subendo il verdetto dei selezionatori. A gruppi, i primi fortunati che hanno passato il turno sono stati giudicati, in base al loro romanzo, durante la prima parte della prima puntata. Come in tutti talent propinati da anni ormai, i giudici hanno pronunciato singolarmente il loro assenso o dissenso al romanzo di ciascun concorrente. Variegate le personalità degli aspiranti scrittori, fra i 20 e i 50 anni, dalla giovane casalinga, all’operaia che ha subìto anni di frustrazione in un ambiente soffocante come la fabbrica, non quanto quello della scatola di cemento in cui ha “soggiornato” ingiustamente un detenuto; dalla ex anoressica che ha vinto la sua battaglia, al giovane insicuro che si nasconde da sé stesso perché debole, giusto per citarne alcuni. Le loro creazioni risultano essere dunque il risultato di questi drammatici tormenti interiori, segno che la scrittura fino a questo momento, diventa strumento di catarsi di vicende personali pseudo-sociali. Non sono mancati i tentativi di sperimentazione grafico- linguistiche, definite dalla Selasi, ormai superate.

Dopo questa iniziale scrematura i concorrenti, divisi in coppie, sono stati sottoposti a un’ulteriore prova: partecipare a una serata danzante per anziani in una balera torinese e visitare la comunità gestita da un prete torinese, ex campione di lotta, e scrivere un testo, a tempo, sulla base di questa esperienza. Fase successiva per i fortunati arrivati fin qui, è stata l’opera di convincimento del proprio testo davanti a un ospite a sorpresa. Il primo di questa puntata è stata Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale della casa editrice Bompiani, che assieme ai giudici, ha contribuito a decretare il vincitore della prima puntata. L’esito delle prove è stato a di poco, è proprio il caso di dirlo, letteralmente scadente, suscitando sia lo sdegno degli stessi giudici, che hanno decisamente stracciato i fogli ricevuti, sia, non ci sono dubbi, del pubblico a casa, colto e preparato, che stoicamente ha voluto guardare fino alla fine la prima puntata di questo nuovo (deludente) esperimento.

Più che a una valutazione dell’opera prodotta, qui sembra di assistere a una fiera delle vanità, concorrenti che si sfidano mentre mettono in vendita le loro personalità. Una gara a chi ha più talento a mostrare le proprie fragilità o ribellioni interiori, ennesima modalità che produce ancora la  pubblicità di un prodotto di bassa qualità.

E’ possibile essere giudicati da un numero così limitato di noti “esperti” del settore ma soprattutto è plausibile giudicare un talento da prove scandite dal tempo e ancora peggio esiste un momento stabilito in cui scrivere? Cosa direbbe Petrarca dalla sua torre d’avorio? … Tutti vogliono scrivere, tutti scrivono di tutto, tutti tuttologici di tutto e… niente . Questa la tv che si erge a nobile tentativo di voler dar vita a un programma innovativo ed educativo.

Il ritornello è il solito trito e ritrito “per te Masterpiece continua … per te Masterpice finisce qui….”.  Almeno in questo mi sarei aspettata una nota di originalità, in un talent che con le parole vuole giocare e attraverso di esse intende trasmettere un nobile messaggio, quello di avvicinare il pubblico alla lettura/letteratura, (quale letteratura poi, mi chiedo sconsolata e assonnata), misero tentativo a questo punto niente affatto riuscito.

Sembra chiaro ormai, mentre mi appresto a farmi cullare dalle braccia di Morfeo, che per me l’avventura con Masterpiece finisce qui.

©RIPRODUZIONE RISERVATA




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Autore

Laureata in Filosofia, collabora per una rivista automotive come redattrice freelance. Adora leggere sin dalla tenera età e da sempre crede nel potere terapeutico dei libri. Appassionata di critica letteraria, è anche autrice di recensioni di libri e articoli di approfondimento letterario per alcuni siti e blog.

Numero di articoli : 54

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