Cristina De Stefano autrice della prima biografia autorizzata di Oriana Fallaci si racconta a Leggeremania

Dal 31 ottobre è uscito nelle librerie italiane Oriana Una donna, la prima biografia autorizzata sulla Fallaci. Un’impresa davvero titanica quella intrapresa da Cristina De Stefano, giornalista italiana, residente a Parigi.

Qui dirige un’agenzia di scouting letterario che consiglia libri in traduzione a gruppi editoriali di tutto il mondo, e che ha trascorso tre anni a fare ricerche e a scovare articoli, documenti e testimonianze su Oriana Fallaci, fra Italia e Stati Uniti.

Oriana Fallaci libro
Intervista a Cristina De Stefano su Oriana Fallaci (ANSA) LeggereMania.it

Il risultato è un racconto limpido e onesto dal quale emerge una donna nuova, capace di slanci passionali, vittima di cocenti delusioni sentimentali e della sua stessa inflessibilità interiore.

Intervista a Cristina De Stefano

Leggeremania propone l’intervista a Cristina De Stefano che con la sue biografie restituisce dignità umana a grandi personaggi femminili.

bio oriana fallaci
Libro su Oriana Fallaci (ANSA) LeggereMania.it

Da dove nasce la predilezione per il genere della biografia?
Io leggo biografie da quando sono ragazza. La prima di cui ho memoria è Simone Weil di Gabriella Fiori, Garzanti, uscita nel 1981. Ricordo ancora l’emozione che mi provocò quel libro, l’inizio folgorante, la passione sfrenata per la Weil che fece nascere (e che dura ancora oggi). Di certo quel giorno iniziò in me il desiderio di essere biografa. Amo le biografie perché espandono la nostra vita, ci aumentano, ci rendono – si spera – migliori.

Fra la ricerca di fonti, documenti, interviste, e la stesura vera e propria del testo, qual è la parte più difficile da gestire, quando ci si dedica a una biografia?
Scrivere biografie è un’avventura complicata. Personalmente soffro sempre… Quando faccio ricerche perché avrei voglia di saltare le tappe e scrivere. Quando ho finito le ricerche perché mi pare che ci siano troppe informazioni che mi sommergono e non so da dove cominciare per scrivere. Però c’è poi sempre un momento bellissimo in cui sento un clic nella mia testa, e sento arrivare la soluzione, e comincio a scrivere. E questa è la parte più bella: la scrittura.

La sua prima impresa come biografa è stata dedicata a una scrittrice, poetessa e traduttrice, poco nota in Italia, Vittoria Guerrini, nota come Cristina Campo, che per sua scelta ricorreva agli pseudonimi. Come mai ha deciso di rendere omaggio proprio a questo personaggio, allora? Non le è sembrato di violare un po’ la sua riservatezza?
E’ una storia interessante. Come ho raccontato prima da ragazza avevo scoperto Simone Weil. Ne ero letteralmente ossessionata, mi vestivo di scuro, sempre gli stessi abiti che lavavo e rimettevo, fino ad averli coi buchi, per cercare di essere come lei, questa meravigliosa estremista del pensiero. Un giorno un amico molto più grande di me mi disse: ‘Basta con Simone Weil, perché non provi con Cristina Campo?’ E mi diede Gli imperdonabili, di questa scrittrice per me sconosciuta, che tra i primi aveva tradotto e fatto conoscere la Weil agli italiani. Fu amore a prima vista. Mi frustrava che non si sapesse quasi nulla di lei, perfino sulla sua data di nascita c’erano dei dubbi. Allora ho deciso di cercare io. Non ho mai pensato di violare la sua riservatezza: forse perché ero talmente devota che ero sicura che avrei fatto un lavoro delicato.

Dall’immagine discreta e spirituale, ma non per questo poco coraggiosa di Cristina Campo, è passata poi a un tipo di personaggi femminili che al contrario hanno fatto rumore con le loro personalità volitive, indipendenti e anticonformiste. Da dove deriva questa decisione?
Io non penso ci sia una rottura tra Cristina Campo, a cui ho dedicato il mio primo libro (Belinda e il Mostro, Adelphi) e le venti pioniere americane a cui ho dedicato il mio secondo (Americane avventurose, Adelphi) e neanche tra Cristina Campo a Oriana Fallaci, che è il soggetto del mio ultimo (Oriana una donna, Rizzoli). Sono donne che hanno tutte in comune una eccezionale intensità, un livello di energia interiore altissimo. Io penso che gli esseri umani ad alta energia, come gli elettroni, attirino in modo profondo. Cristina Campo è volitiva, indipendente e anticonformista come Oriana Fallaci, a ben guardare. Probabilmente mi piace un certo tipo di donna, non facile, che pensa con la sua testa, che si famolti nemici.

Ci sono particolari parametri che la spingono a scegliere un personaggio fra tanti?
Penso la risposta sia in quello che ho appena detto. L’energia, prima di tutto, poi l’ammirazione o l’interesse o la curiosità che il personaggio suscita in me. Non potrei scrivere la biografia di un personaggio da cui non fossi attratta: sarebbe una tortura. Ci si convive per anni, alla fine.

Passiamo adesso al suo ultimo libro pubblicato, la biografia di Oriana Fallaci, dove la stessa viene presentata sotto un duplice aspetto, quello professionale dal quale emerge una rigorosa disciplina, e quello privato, dal quale affiora la fragilità di un animo femminile che tendeva a nascondersi dietro la corazza del coraggio e della ribellione. E’ su questo secondo punto di vista che si sofferma il suo lavoro, non a caso aveva scelto come titolo semplicemente Oriana una donna. Come si sente di definire, allora, questa donna dopo l’importante ed encomiabile lavoro che ha svolto?
Come una persona complessa, che si rivela nelle contraddizioni: vulnerabile ma corazzata, nomade ma legata alle sue origini, nata povera ma diventata presto ricchissima, desiderosa di lavorare in solitudine ai suoi romanzi ma attratta dall’attualità che la portava in giro per il mondo. Oriana Fallaci è un personaggio vastissimo, per questo credo che la sua vita possa interessare molti lettori, non solo i tanti che già la amano. E’ una figura piena di sfumature e sorprese.

Qual è stata invece la sua prima reazione quando Edoardo Perazzi, nipote ed erede di Oriana Fallaci, le ha chiesto di scriverne la biografia?
Ho pensato che sono una donna fortunata. Quando Oriana Fallaci è morta, nel 2006, ho pensato che sarebbe stato interessantissimo scriverne la biografia ma poi ho messo in un cassetto questo pensiero, che mi sembrava ardito. Mi sono detta: chissà quante persone, amici, colleghi, saranno già in coda per farla… Quando anni dopo l’erede della Fallaci, che aveva letto il mio libro Americane e così pensava andasse raccontata sua zia, mi ha fatto contattare dalla Rizzoli ho provato un senso di felicità incredibile. Poi ovviamente è arrivata anche la preoccupazione: Oriana Fallaci non è un personaggio semplice. E questo lavoro è stato finora il più difficile della mia carriera. Come dice Karen Blixen: quando gli dei vogliono punirci realizzano i nostri desideri.

Trascorrendo lunghi anni a contatto con documenti e ricordi di un personaggio talmente rappresentativo, si finisce fatalmente col sentirsi invischiati nella sua vita stessa. Come ha fatto a gestire il coinvolgimento emotivo in questa esperienza?
Non l’ho gestito. Sono stata invasa da Oriana Fallaci, fin nei sogni, in ogni momento della mia vita. Non è stata sempre una compagna facile, è un personaggio molto tragico, molto solo, con una visione della vita come combattimento che non mi appartiene. Ma penso ne valesse la pena. Come mi ha detto una persona che ha lavorato con lei a lungo e sperimentato il suo famoso caratteraccio: vale la pena farsi strapazzare da una persona così intelligente.

Oriana Fallaci è l’emblema per antonomasia di un modo rivoluzionario di fare giornalismo in Italia. Si parla infatti di giornalismo fallaciano, innovativo per l’impronta personale, in cui predomina un io narrante che si espone per la difesa del valore di denuncia politica di un lavoro che deve farsi rischio. Per dirlo con le sue stesse parole, il compito dei giornalisti è quello di “informare e risvegliare la consapevolezza politica delle persone. Quella consapevolezza che il potere ha sempre cercato di mettere a dormire”. Oltre a essere scrittrice, lei è anche una giornalista che lavora per giunta fuori dall’Italia, in Francia. Come definirebbe il modo di fare giornalismo, oggi, alla luce delle esperienze svolte nel suo Paese di origine e all’estero?

Sono molto critica sul giornalismo dei nostri giorni, soprattutto in Italia, dove i giornali sembrano fare da cassa di risonanza più che raccontare la verità e denunciare i problemi. Ma in generale il giornalismo vive un momento di crisi epocale, sta cambiando, le notizie sono ovunque grazie a Internet, quindi i giornalisti devono ripensare il loro modo di lavorare. Nessuno chiede più loro di dare le notizie, quelle ci sono già in abbondanza: quello che devono fare, se vogliono continuare ad avere un ruolo utile, è verificarle, quindi essere specializzati, preparati, accurati. Un giornalista oggi deve studiare molto di più di vent’anni fa, deve saper vagliare nella grande massa delle leggende e delle notizie. In questo Oriana Fallaci ha da insegnare: le sue carte di lavoro mostrano quanto si preparasse, leggesse, per lei un articolo era un’impresa a cui non andava mai impreparata.

Come è diventata invece talent scout?
Sono scout letterario, cioè lavoro per grandi gruppi editoriali in tutto il mondo per valutare libri da tradurre dal francese e dall’italiano. Ho scoperto questo lavoro una decina di anni fa, quando sono arrivata a Parigi, che con Londra e New York è uno dei luoghi dove gli scout letterari sono più attivi. E’ un lavoro che mi piace moltissimo, adrenalinico perché bisogna arrivare prima degli altri, divertente perché bisogna leggere sempre, cosa che io amo, e sempre nuovo perché non si sa mai prima cosa diventerà un best seller e cosa no.

Negli ultimi anni l’Italia sembra essere diventato un Paese che produce molti scrittori, che spesso si rivolgono a editori che richiedono compensi per la pubblicazione. Molti hanno storie da raccontare, ma non tutti riescono a vedere realizzato il sogno di un vero caso letterario. Quali sono gli elementi peculiari che rendono una storia davvero convincente?
Secondo me una storia è convincente quando è sentita, quando nasce da una verità dell’autore. I libri costruiti a tavolino per fare come i best seller non vendono. Per questo spesso un libro che nessuno si aspetterebbe diventa un successo. In Italia tanti vogliono scrivere ma pochi leggono. E’ il nostro paradosso nazionale. E invece è leggendo che si diventa scrittori bravi.

A proposito del significato della scrittura, la Fallaci ha spiegato che per lei “la vera scuola dello scrittore è la vita stessa, a incominciare dalla propria”. Avendo scritto della vita degli altri, non le è venuto il desiderio di esplorare anche il suo di mondo personale, indagando a ritroso nella sua storia familiare, o in generale non è stata assalita dalla voglia di creare nuovi personaggi dedicandosi a un romanzo di suo pugno?
Non ho mai saputo scrivere qualcosa di inventato, ammiro gli scrittori che vedono sorgere nella loro mente dei personaggi. Per me è impossibile. Anche perché mi sembra sempre che la realtà sia più incredibile della fantasia. Come tutti ho spesso scritto su di me, ma buttando ogni volta. Forse perché leggo così tanto che per giustificare un nuovo libro devo sentire che è veramente bello: ho una soglia di critica molto alta. Con la mia storia familiare ho un conto aperto. Penso che ogni famiglia sia un romanzo meraviglioso. Sarebbe bello riuscissi a parlare di certe storie dei miei antenati, chissà.

E adesso un’ultima riflessione. Leggendo i ritratti delle Americane avventurose, ci si domanda quanto sia costato pagare a queste donne per la loro spasmodica voglia di voler apparire vincenti e inattaccabili a tutti i costi in un mondo in cui bisognava farsi spazio a gomitate per essere riconosciute. Il sipario di queste vite cala dunque inevitabilmente sul palcoscenico delle emozioni più intime, smascherando tormenti e fragilità, come accade nella stessa biografia di Oriana Fallaci, a riprova che il cammino femminile verso l’indipendenza sia sempre così lungo e tanto arduo nella storia. Alla luce di tutto ciò, ritiene che la donna sia destinata a restare invischiata in ruoli che non le sono propri e che le neghino la meravigliosa possibilità di poter mostrare tutte le svariate e innumerevoli sfaccettature del suo essere dolcemente complicato?
Le donne sono per definizione multitasking, fanno tante cose insieme, mettono tutto nella loro vita. L’ambizione, il lavoro, l’amore, la maternità, la fede, le donne sono programmate per vivere tutto. Pagano un prezzo, bruciano in fretta, ma penso ne valga la pena. Io non rinuncerei a niente della mia vita affollata. E sono una persona normale, non una grande donna come quelle di cui mi sono occupata. Faccio la giornalista, la scout, la scrittrice, la moglie, la madre, l’amica, la figlia, la sorella e ho ancora tante cose da realizzare, vorrei cantare in un gruppo, prendere una seconda laurea in studi biblici, andare a vivere per un certo periodo negli Stati Uniti, studiare ornitologia… Questo, penso, voglio raccontare alle lettrici, soprattutto alle ragazze: osate, vivete tutto, non abbiate paura.

Grazie a Cristina De Stefano per aver regalato ai lettori l’opportunità di conoscere più a fondo grandi donne che hanno fatto la storia delle donne.

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